Rassegna Stampa
Testata: Il Manifesto

L'Ue mette un po' di soldi sul tavolo del negoziato

12/12/2009

autore: Alberto D'Argenzio

La Ue apre il portafoglio per il mondo, il che è già una mezza notizia. 2,4 miliardi di euro all'anno ai paesi «poveri» per aiutarli a contrastare il riscaldamento del pianeta per il periodo 2010-2013. In totale fanno 7,2 miliardi, circa un terzo di quanto il Nord del mondo pensa di dover destinare al Sud, ossia 21 miliardi. Il Sud chiede qualche miliardo in più.
Le cifre saranno limate a Copenhagen. I numeri certi, quelli indicati ieri a Bruxelles, mostrano che quasi il 60% dello sforzo promesso dai 27 è a carico di Regno unito, 1,66 miliardi per il triennio, e Francia e Germania, 1,42 miliardi a testa. Poi gli altri a scendere, fino ai paesi in bancarotta, ai 10 mila euro annuali offerti dalla Lituania e ai 5 mila della Romania -la Grecia trovandosi sul bordo del collasso ha preferito passare la mano. Quanto all'Italia, Berlusconi ha messo sul tavolo 600 milioni, 200 all'anno, meno della metà di Francia e Germania. «Il nostro è un contributo generoso», ha detto lasciando il vertice Ue. Forse era un tono ironico, forse no, comunque sia l'Europa globalmente ha raccolto più di quanto ci si attendesse alla vigilia. La Presidenza svedese sperava in una colletta di 2,1 miliardi all'anno, ha tirato su 300 milioni in più, un segnale importante guardando a Copenhagen.
I soldi stanziati ieri su base volontaria dai 27 contribuiranno a coprire la prima fare degli aiuti ai paesi del Sud, chiamata fast start, «avvio rapido»; poi dal 2013 entrerà a regime il sistema di sostegno che prevede un impegno totale di 100 miliardi di euro l'anno, con un contributo europeo dai 2 ai 15 miliardi.
Gordon Brown e Nicolas Sarkozy hanno sottolineato l'importanza del gesto di ieri. «Questa cifra è essenziale per dimostrare ai paesi in via di sviluppo che siamo seri quando chiediamo un accordo internazionale sul cambiamento climatico», ha detto il premier britannico. «Senza un'offerta per i paesi poveri - il presidente francese - non ci sarà accordo a Copenhagen e questo costerebbe più caro dell'immobilismo». Entrambi hanno poi chiesto di portare la riduzione europea delle emissioni dal 20% al 30% per il 2020 rispetto ai livelli del 1990. E si sono detti convinti che anche gli altri paesi Ue seguiranno il loro carro, l'unico buono per raggiungere un accordo «ambizioso» in Danimarca.
Le cose al momento non stanno ancora così. «Passeremo al 30% se anche gli altri prenderanno impegni concreti», ha detto ieri il premier svedese Fredrik Reinfeldt, «ma ci sono ancora paesi, come Stati uniti e Canada, che non hanno misure di riduzione rispetto al 1990: la proposta degli Usa prevede un taglio del 4% rispetto a quella data». Il Congresso americano si è espresso per una riduzione del 17% ma rispetto al 2005 - e non al 1990. Gran parte dei 27 paesi Ue è della stessa opinione: si taglia il 30% solo se Washington e Pechino fanno la loro, così tutto è rinviato a a Copenhagen (la Polonia ha proposto un vertice informale Ue in Danimarca in contemporanea con il summit sul clima, il 17 o 18) o dopo, a giochi fatti.
Proprio a Copenhagen ieri è stata presentata la prima bozza dell'intesa che potrebbe concludere il vertice. Si parla di prolungare l'accordo di Kyoto, in cui non sono presenti gli Usa, e di un accordo a parte con Washington, ancora tutto da decifrare. Quanto al taglio delle emissioni rimangono aperte varie forbici, dal 25 al 40%, ma anche un'ipotesi -45% per il 2020 rispetto al 1990. Il G77, con Cina, Brasile, India e Sudafrica in testa chiedono ai ricchi di tagliare di almeno il 40% le loro emissioni. Il negoziato continua.

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