Rassegna Stampa
Testata: Il Manifesto
Il grande rimosso dei rifugiati climatici: un miliardo nel 2050
13/12/2009
autore: Anna Maria Merlo
La strada per un successo a Copenhagen è costellata di ostacoli. Non ultima, la questione dei rifugiati climatici. Le Maldive e il Bangladesh esigono che il problema delle migrazioni forzate venga incluso nelle discusioni preliminari ma i paesi del Nord e in parte del Sud non ne vogliono sentir parlare. Il termine «rifugiati climatici» è in uso dal 2002. Secondo l'Onu, nel 2008 le catastrofi legate al clima hanno provocato la migrazione di 20 milioni di persone. Potrebbero essere 200 milioni entro il 2050, ma un articolo della ong britannica Christian Aid, intitolato «Marea umana: la vera crisi migratoria», fa una previsione catastrofica di un miliardo di futuri rifugiati. 645 milioni di persone in conseguenza dei «grandi progetti» di intervento sul territorio (oggi sono 15 milioni), 250 milioni per i cambiamenti climatici, 50 per i conflitti causati da ragioni ambientali (come la guerra per l'acqua), che avranno conseguenze disastrose sul rispetto dei diritti umani (i paesi più a rischio, Mali, Colombia e Birmania). Già oggi, le Kiribati hanno chiesto alla Nuova Zelanda e all'Australia di aprire le frontiere per accogliere gli abitanti delle isole costretti a fuggire per la crescita del livello dell'oceano. Il governo delle Maldive si è riunito sei metri sott'acqua il 17 ottobre per sensibilizzare l'opinione pubblica mondiale.
Giuridicamente, la figura del «rifugiato climatico» non è chiaramente definita a livello internazionale. Ed è facile prevedere che non lo sarà a breve termine. I paesi del Nord temono che questa diventi una ragione strumentalizzata per migrare dai paesi poveri. I paesi del Sud frenano perché una gran parte delle popolazioni trasferite lo sono all'interno del paese d'origine e il fenomeno crea tensioni tra la popolazione locale. Nel '98, l'Onu ha stabilito dei «principi direttori», per ora non vincolanti.
Anche l'Alto comitato delle Nazioni unite per i rifugiati rifiuta di estendere lo statuto di rifugiato a chi è colpito dal cambiamento climatico. «Bisogna inventare una definizione giuridica per le persone trasferite per ragioni climatiche? - si chiede Sybella Wilkes, portavoce dell'Alto commissariato - Ma la definizione di rifugiato è molto precisa ed è fuori discussione modificarla». Il rifugiato o richiedente asilo è protetto dalla Convenzione di Ginevra del '51. Per l'Onu, che ne ha recensiti 16 milioni nel 2008, è una persona «perseguitata a causa della razza, della religione, della nazionalità, dell'apartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche». L'Onu teme che l'estensione dello statuto di rifugiato ai «rifugiati climatici» finisca per restringere i diritti delle persone protette dalla Convenzione di Ginevra, in un periodo in cui l'asilo politico è concesso con il contagocce. «La confusione sempre più grande sullo statuto di rifugiato può minacciare le condizioni dell'asilo politico - afferma il geografo Luc Cambrézy, vice-direttore del centre population et développement a Parigi - Nel nord c'è già l'idea diffusa di un abuso di richieste d'asilo. Aggiungervi le vittime dell'ambiente renderà più fragile la protezione dei veri rifugiati». I paesi del Nord, inoltre, non vogliono essere messi sul banco degli accusati come soli responsabili del cambiamento climatico e quindi costretti a pagare, anche quando la catastrofe - smottamenti, frane, crolli - dipende dalla gestione politica dei paesi dei Sud. «Molti stati non vogliono la creazione di categorie di migranti che li renderebbero legali», spiega Philippe Chauzy dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni.
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice