Rassegna Stampa
Testata: Corriere della Sera
Clima, la rivolta degli emergenti
15/12/2009
autore: Danilo Taino
Il summit Negoziati tesissimi. La tedesca Merkel: India, Cina e Usa devono fare di più
Lasciano i lavori, poi rientrano. Obama: serve un accordo vincolanteCOPENAGHEN — Giornata di ghiaccio, ieri, ai colloqui sul surriscaldamento del pianeta. La seconda settimana dei negoziati in corso alla Conferenza Onu di Copenaghen, quella decisiva, è iniziata con i Paesi più poveri, guidati dagli africani e appoggiati da Cina e India, che hanno bloccato per ore i lavori, in protesta contro i ricchi; con gli americani che hanno fatto circolare l'ipotesi che il presidente Barack Obama non venisse nella capitale danese venerdì prossimo come previsto, perché sarebbe inutile; con la presidenza danese, per ora sostenuta dall'Unione europea, in forte difficoltà a tenere assieme i colloqui e impegnata a scrivere una nuova bozza di accordo.
Ieri si è in sostanza visto come funziona il mondo quando nessun Paese sa, o vuole, prenderne la leadership. «Non credo ci siamo coperti di gloria», ha commentato il ministro dell'Ambiente britannico Ed Miliband, registrando la giornata sostanzialmente persa.
In mattinata, i Paesi del Gruppo dei 77 (poveri) più la Cina hanno sostenuto che la presidenza danese, diretta da Corinne Hedegaard, stava cercando di «uccidere Kyoto», cioè di mettere fine al meccanismo sulla base del quale gran parte dei Paesi ricchi — ma non gli Stati Uniti — prendono precisi impegni nel taglio delle emissioni, mentre quelli in via di sviluppo sono spinti a ridurli ma non vincolati a farlo. Hanno dunque sospeso la loro partecipazione ai lavori e l'hanno ripresa solo quando le Nazioni ricche hanno assicurato che di Kyoto si discuterà subito e quando la presidenza ha promesso di mettere i tagli alle emissioni di gas serra da parte dei soli Paesi sviluppati in testa all'agenda. Forse già questa mattina la signora Hedegaard presenterà una nuova bozza sulla quale cercare di rilanciare i negoziati, per ora congelati. Ieri sera la Casa Bianca è intervenuta chiedendo di «raggiungere un accordo vincolante che imponga ai Paesi di assumere passi significativi per fronteggiare i cambiamenti climatici».
I Paesi poveri ieri hanno in effetti messo i piedi nel piatto. Finora, si è discusso su due binari: uno che riguarda la continuazione degli accordi di Kyoto e uno di lungo termine. La ragione sta nel fatto che Cina, India e Paesi emergenti non vogliono entrare nel regime di Kyoto, che imporrebbe tagli precisi e misurabili. Ma, se cinesi e indiani non partecipano, nemmeno Washington ci vuole entrare. Quindi, per non rompere, si va avanti su binari paralleli. Che è un pasticcio, perché lascia di fatto i più grandi inquinatori — Cina, Usa e India—fuori dal regime di taglio più consistente e di controllo più stretto. Un successo della Conferenza—dice l'Unione europea—ci sarà invece solo quando si individuerà un meccanismo per portare tutti i Paesi ricchi e tutti i grandi emergenti sotto un solo trattato, nel quale gli impegni siano chiari e vincolanti.
L'Europa dice di essere «pronta a discutere tutto». Ma, da Berlino, la cancelliera Angela Merkel ha detto che Pechino, New Delhi e Washington devono fare di più e ha implicitamente legato alle loro decisioni il fallimento o il successo della Conferenza. La Ue, in ogni caso, cercherà di essere un ponte tra le diverse posizioni e ufficialmente dà pieno appoggio alla presidenza danese, anche se qualcuno dei 27 è scettico su come sta gestendo la Conferenza. L'obiettivo, ora, è quello di dare una spinta politica ai negoziati. A questo scopo, il primo ministro britannico Gordon Brown dovrebbe arrivare oggi a Copenaghen, in grande anticipo. Gli americani hanno al contrario fatto trapelare l'ipotesi che Obama potrebbe non farsi neanche vedere alla Conferenza, il che significherebbe prendere atto di un disaccordo globale. È probabilmente una tattica negoziale, ma dà l'idea della durezza delle trattative.
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice