Rassegna Stampa
Testata: Repubblica
Il surriscaldamento minaccia la vita dei popoli indigeni
15/12/2009
autore: ANTONIO CIANCIULLO
Gli abitanti di foreste e zone fredde sono a rischio per i cambiamenti climatici
COPENAGHEN — «Ci stanno portando via tutto: la nostra terra e la nostra storia. Il ghiaccio su cui poggiamo i piedi non ha più la consistenza che ha sempre avuto. E il tempo, che gli anziani riuscivano a prevedere dall’andamento delle nuvole e dal volo degli uccelli è diventato un mistero. La nostra visione del mondo non ha più basi, la nostra cultura, basata su millenni di adattamento e comprensione della natura si sta perdendo». Patricia Cochran, direttore dell’Alaska Native Science Commission, racconta il dramma degli inuit, un popolo condannato ad assistere alla distruzione del suo ambiente, a vedere scomparire gli orsi polari mentre in cielo spuntano per la prima volta i tordi migratori.
Mentre ministri e capi di Stato cominciano ad arrivare alla conferenza Onu sul clima, i popoli indigeni si sono dati appuntamento per far sentire la loro voce. La voce di chi è in prima fila sulla frontiera del mondo che sparisce. Accanto agli inuit ci sono i popoli della foresta, come gli yanomami e i guaranì in Amazzonia, i boscimani del Kalahari, gli aborigeni australiani. Vivono negli ambienti dal clima estremo, quelli a maggior rischio, quelli in cui l’aumento di temperatura previsto nel corso del secolo rischia di far saltare gli equilibri ambientali in modo definitivo rendendo impossibile una vita già oggi difficile. E non vogliono scomparire in silenzio, essere spazzati via dalle conseguenze di un inquinamento a cui hanno contribuito in maniera del tutto marginale (l’Africa è responsabile solo del 4 per cento dei gas serra emessi globalmente).
Negli ultimi anni l’orgoglio indigeno è cresciuto e i discendenti dei popoli che per sopravvivere alla colonizzazione hanno spesso cercato l’anonimato ora rivendicano la loro identità e cominciano a vincere cause in tribunale; sia negli Stati Uniti che in Australia il loro diritto alla terra è stato più volte riconosciuto. E da quando hanno cominciato a contarsi hanno scoperto di essere tanti: 370 milioni di persone.
«I popoli indigeni sono venuti a Copenhagen per chiedere. Perché non vogliono diventare vittime del clima che cambia», spiega Francesco Martone, del Forest Peoples Programme, una ong inglese. «Ma anche per offrire. Hanno una conoscenza straordinaria del territorio, hanno sviluppato nei secoli la capacità di sopravvivere in climi estremi trovando risorse dove gli altri vedono solo problemi. La loro voce va ascoltata perché hanno qualcosa da insegnare». Chi ha provato ad ascoltarli ha scoperto pozzi di conoscenza. Ad esempio Glenn Wightman, chiamato l’etnobotanico scalzo perché nel 1981 si è stabilito nel territorio del Nord Australia, per aiutare le comunità aborigene a documentare il loro sapere sulle piante e gli animali, ha raccolto in 15 libri le testimonianze dei rappresentanti dei vari popoli aborigeni che raccontano nella loro lingua gli usi pratici e spirituali di semi, cortecce, frutti e foglie che crescono in climi estremamente aridi.
Una delle sfide di Copenhagen è proprio riuscire a difendere le ragioni di chi non può mettere sul tavolo dei negoziati il peso di un Pil importante. E un risultato è stato già raggiunto. Per la prima volta il diritto dei popoli indigeni alla terra, alle tradizioni e all’autodeterminazione è stato riconosciuto negli incontri tra le delegazioni. «E’ stata una grande vittoria, il coronamento di un pressing durato anni», precisa Vicky Tauli-Corpuz, direttrice del Tebtebba (Indigenous Peoples’ International Centre for Policy Research and Education). «Alla fine Stati Uniti e Canada hanno ceduto e ormai non si torna indietro: l’acquisizione dei diritti dei popoli indigeni dovrà trovare spazio nei documenti finali della conferenza di Copenaghen».
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice