Rassegna Stampa
Testata: Repubblica

Il summit scopre la grinta dei poveri “Niente accordi sulla nostra pelle”

15/12/2009

autore: ANTONIO CIANCIULLO

L’Africa minaccia di andare via e finalmente viene ascoltata

COPENAGHEN — I delegati africani hanno abbandonato l’aula alle 10 del mattino, passando in mezzo a due ali di ambientalisti che applaudivano, e hanno bloccato tutto per cinque ore. Le trattative tra le grandi potenze che si prendono le misure economiche, gli accordi da cui dipende il futuro climatico del pianeta: tutto paralizzato dal veto dei più poveri. L’Aventino degli africani è rientrato nel primo pomeriggio, ma ha sancito il nuovo equilibrio che regola questa conferenza Onu e che probabilmente lascerà il segno. La vecchia distinzione tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, in crisi da tempo, è saltata. I blocchi ora sono quattro. L’Europa, che ha vinto da sola la battaglia sul protocollo di Kyoto e che si sta preparando a conquistare uno spazio importante nella green economy. Gli Stati Uniti, pronti a recuperare il terreno perduto negli otto anni di Bush. La Cina e i paesi di nuova industrializzazione, intenzionati a fare il salto verso l’economia più avanzata. Il quarto gruppo è rappresentato dall’Africa, dalle piccole isole e dai paesi con poche risorse che rischiano di pagare il prezzo maggiore al cambiamento climatico. Se la prima sorpresa della conferenza è stata la capacità cinese di rompere i vecchi schemi guadagnando visibilità, nella parte centrale della maratona negoziale di Copenaghen sta emergendo un nuovo ruolo dei paesi più poveri che hanno lanciato uno slogan sintetizzato in un numero: 350. Trecentocinquanta sono stati i rintocchi delle campane che hanno suonato ieri a Copenaghen. «350» era scritto sugli striscioni delle centinaia di giovani che ieri hanno improvvisato un lungo serpente nei corridoi della conferenza Onu. Trecentocinquanta sono le parti per milione di anidride carbonica in atmosfera che secondo Jim Hansen, responsabile del Goddard Institute della Nasa, non vanno superate per garantire la sicurezza climatica.
Ieri, attorno all’obiettivo 350 si è creata a sorpresa una maggioranza virtuale composta da un centinaio di paesi, dagli Stati africani alle piccole isole del Pacifico: vogliono non solo invertire il trend di crescita della CO2 ma scendere dal livello attuale (387) a 350 grazie a politiche radicali e immediate. Per i paesi poveri dalla quota 350 può dipendere la sopravvivenza. Ma una frenata della produzione può minacciare lo sviluppo della Cina. Lo scontro si annuncia aspro, nonostante l’apparente pacificazione avvenuta nel pomeriggio in nome di un doppio binario. Da una parte i paesi industrializzati si sono impegnati a discutere, all’interno della seconda fase del protocollo di Kyoto, riduzioni al 2050 che vanno dal 50 al 95 per cento. Dall’altra i paesi non inclusi negli accordi di Kyoto (i non industrializzati) hanno accettato di discutere riduzioni da avviare parallelamente. Molto dipenderà dai fondi per il trasferimento delle tecnologie pulite. Ieri il ministro dell’Energia americano Steven Chu ha annunciato un’iniziativa parallela: 350 milioni di dollari in 5 anni (un terzo dagli Stati Uniti, il resto da altri paesi industrializzati, tra i quali l’Italia).

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