Rassegna Stampa
Testata: Il Giornale di Sardegna

L'Africa sfida Copenaghen «Ora basta, più impegno»

15/12/2009

autore: Roberta Rianna

Vertice sul clima. I Paesi in via di sviluppo abbandonano i lavori per qualche ora

Il club dei poveri fa tremare il Bella Center di Copenaghen. Mentre l'orologio del clima batte gli ultimi rintocchi, prima dell'arrivo giovedì dei 120 leader mondiali, l'Africa abbandona i lavori per qualche istante e fa scattare l'allarme negoziati. La colpa è dei “ricchi”, accusano i delegati del continente nero, che tentano di insabbiare il Protocollo di Kyoto. L'ultimatum degli africani, appoggiati dagli altri Paesi in via di sviluppo del G77, è chiaro: la rottura della trattativa sarà inevitabile se i Grandi non dimostreranno maggiore attenzione al rinnovo degli impegni oltre il 2012. Uno strappo ricucito in poche ore dalla presidenza danese. Dai padroni di casa, maestri di mediazione, arriva la rassicurazione che gli africani attendevano: d'ora in avanti verrà data maggiore enfasi a nuovi impegni nel solco del trattato in vigore dal 2005. Poche parole, convincenti. Tali da indurre i ribelli a rientrare nei ranghi, riprendendo i lavori dopo cinque ore di black out. Sospesa la guerra tra ricchi e poveri, resta lo spettro del duello a distanza tra i maggiori inquinatori del pianeta: Stati Uniti e Cina, che da soli contribuiscono al 40% delle emissioni nocive. Il successo del vertice, ergo il compromesso contro il surriscaldamento della terra, dipenderà soprattutto da loro. Per gli States la bozza di accordo stilata da Pechino è a vantaggio dei Paesi in via di sviluppo, Cina in particolare. Mentre il viceministro degli Esteri asiatico, He ��afei, mette le mani avanti e nega l'intenzione di «ostacolare l'intesa». Ma lo spettro del fallimento resta. Il timore è che finisca come all'Aja nel Duemila, quando si consumò la rottura della conferenza che avrebbe dovuto completare le regole di Kyoto. «Non è più tempo di capricci e rimproveri», ammonisce il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, dal Palazzo di Vetro. Con una ricetta, presto detta: «Raddoppiare gli sforzi per raggiungere un compromesso». Mentre le piazze brulicano di manifestanti, con altri diciassette fermi in 24 ore, atterra a Copenaghen il paladino degli ecologisti. Applaudito come una rock star, Al Gore conquista il Bella Center con una profezia di sventura. «Il Polo Nord - prevede il premio Nobel - potrebbe sparire in cinque o sette anni». Tutta colpa dell'effetto serra, che negli ultimi dieci anni ha addirittura triplicato il tasso di riduzione della calotta polare artica.

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