Rassegna Stampa
Testata: Corriere della Sera

«Sì a intese vincolanti per tutelare il lavoro»

13/12/2009

autore: Marika de Feo

L’intervista Il presidente della Confindustria tedesca
Keitel: «Ora investire sulle tecnologie verdi»

FRANCOFORTE—La conferenza Onu sul clima? «Per l’industria in Germania si profilano oneri notevoli. Ma si aprono anche enormi potenzialità nello sviluppo delle tecnologie verdi e nella creazione di posti di lavoro per le società tedesche e italiane», dice in sostanza Hans-Peter Keitel, con una punta di ottimismo, puntando a un rafforzamento della cooperazione fra l’industria italiana e tedesca nel dopo-crisi anche alla Fiera di Hannover nell’aprile 2010, dove l’industria italiana giocherà un ruolo centrale. Tuttavia, l’ingegnere 62enne che dal gennaio scorso guida la potente associazione industriale del Bdi (omologo della Confindustria in Germania) mette le mani avanti sui pericoli di ulteriori oneri per l’industria: sul clima serve un «accordo internazionale vincolante » e condizioni-quadro comparabili. Altrimenti l’Europa rischia massicce dislocazioni produttive e la perdita di posti di lavoro.
Le trattative a Copenaghen entrano nella fase calda. Vede profilarsi un accordo?
«È ancora difficile da prevedere. Ma una cosa è chiara fin d’ora: a causa dei dissensi ancora irrisolti non si arriverà a un trattato vincolante per tutti, bensì a un accordo di base, che sarà poi riformulato in un trattato dagli esperti».
È quindi deluso?
«Per l’industria tedesca una conclusione efficace di Copenaghen è molto importante. Abbiamo urgente bisogno di un accordo internazionale vincolante con obiettivi di riduzione degli scarichi per i Paesi industriali, e interventi ambiziosi di limitazione degli scarichi nei Paesi emergenti. Altrimenti sorgerebbe il rischio di dislocazioni produttive e di posti di lavoro nei Paesi con limitazioni più basse degli scarichi a effetto serra».
E l’Europa dovrebbe fare ulteriori concessioni?
«Con il suo obiettivo di ridurre del 20% le emissioni dei gas a effetto serra entro il 2020 la Ue è già all’avanguardia rispetto al resto del mondo. Quindi metto in guardia dalle notevoli distorsioni della libera concorrenza che si creerebbero, se altri Paesi importanti, fra quelli industrializzati e gli emergenti—come Usa, Canada, Australia o Cina—non facessero concessioni vincolanti e ambiziose».
Ma la Ue può aumentare ancora gli oneri dell’industria senza acuire la crisi?
«La lotta ai cambiamenti climatici è molto onerosa: secondo uno studio recente, la sola Germania dovrebbe investire oltre 300 miliardi di euro nei prossimi dieci anni, se si decidesse di ridurre le emissioni dei gas a effetto serra del 40% rispetto al 1990 entro il 2020. Per questo sono necessarie condizioni- quadro comparabili a livello internazionale. Altrimenti, un onere dei costi troppo elevato e distribuito in modo unilaterale, metterebbe a rischio posti di lavoro europei».
D’altra parte, quali opportunità aprono gli accordi sul clima soprattutto per le economie di Germania e Italia?
«Un accordo forte può spronare nuovi investimenti nelle tecnologie "verdi" e aprire nuove chance per l’industria tedesca e italiana. Il boom delle tecnologie verdi apre enormi potenzialità per i prodotti made in Germany e made in Italy legati alla protezione dell’ambiente. E l’industria tedesca punta già da anni allo sviluppo di questo settore (ha conquistato il 16% del mercato globale, ndr)».
In questa ripresa vede anche delle chance di maggiore cooperazione, fra le economie tedesca e italiana?
«Abbiamo ambedue una base industriale forte, che, nonostante la crisi, ci offre grandi opportunità nel campo dell’urbanizzazione, della trasformazione del clima, della scarsezza delle risorse, tanto per citare alcune delle mega-tendenze del mercato globale. E la forte interconnessione delle nostre economie si rafforzerà ulteriormente, quando l’Italia sarà il partner privilegiato della Fiera di Hannover nell’aprile 2010, la più importante al mondo per l’industria produttiva».
Quale ruolo hanno avuto nel periodo di crisi il Bdi e la Confindustria?
«Da anni abbiamo un’ottima collaborazione. Ma la crisi l’ha rafforzata ulteriormente: anche perché, Emma Marcegaglia (presidente di Confindustria) ed io ci siamo rivolti congiuntamente ai nostri governi, nel caso di settori-chiave come la conferenza sul clima o per il finanziamento alle imprese medie (la spina dorsale dell’economia per entrambi i Paesi, ndr). Un fronte comune che ha attirato l’attenzione di Berlino, Roma e Bruxelles, rafforzando la nostra posizione. Ho grande simpatia e riconoscenza per questa stretta cooperazione e per il rapporto di fiducia che si è instaurato».
Opportunità-chiave, perché la crescita globale non è ancora abbastanza solida...
«Infatti, la ripresa attuale è ancora in parte spronata dai provvedimenti di aiuto all’economia introdotti a livello globale. Ma il commercio e l’economia mondiali ricominciano a crescere, trainati dai Paesi emergenti e soprattutto da quelli asiatici, meno colpiti dalla crisi».
Allora guarda al 2010 con preoccupazione maggiore?
«No, perché dopo il crollo dell’inizio 2009 abbiamo toccato il fondo e l’economia sta risalendo. Ammetto tuttavia che l’aumento della disoccupazione e dell’accesso ai finanziamenti potrebbe frenare l’economia. Per questo il governo deve agire con maggiore decisione per mitigare il problema delle condizioni di finanziamento alle imprese. E fare di tutto, insieme alle banche, per evitare che si blocchi la ripresa. Uno dei provvedimenti fondamentali, per esempio, sarebbe la rivitalizzazione del mercato delle cartolarizzazioni».

Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice