Rassegna Stampa
Testata: Il Fatto Quotidiano

Caduta e risalita della rockstar del clima

13/12/2009

autore: Giancesare Flesca

IL NOBEL AL GORE

Sulla Conferenza di Copenaghen aleggia nel bene come nel male l’ombra di un altro uomo politico americano che recentemente ha ottenuto il Nobel per la Pace grazie al suo impegno ecologista. Si tratta di Al Gore, vicepresidente fra i più influenti durante i mandati di Bill Clinton e poi sconfitto nel 2000 da George W. Bush con gli imbrogli fatti da suo fratello Jeb in Florida. Da allora sembrava un uomo politicamente finito. Era ingrassato fino a 120 chili, non si mostrava in pubblico, dedicava tutto il suo tempo a sua figlio Albert ridotto assai male da un incidente stradale. Ma improvvisamente, come un orso dopo il letargo, intorno al 2007, è riuscito a smentire quella legge non scritta secondo cui un politico trombato ben difficilmente può risalire la china. Lui ce l’ha fatta, diventando in breve tempo il lìder maximo dei Verdi in tutto il mondo. Come spesso accade in America, il grande riscatto è iniziato da Hollywood, la patria del tutto è possibile. Prima di ricevere il Nobel presentò infatti al mondo del cinema un suo documentario intitolato An Inconvenient Truth (Una verità scomoda) dove lui stesso, novello Virgilio, guidava lo spettatore attraverso centinaia di possibili catastrofi ambientali che colpiranno il mondo intero, se gli uomini non faranno ciò che dicono gli scienziati e gli ambientalisti. Quel documentario ottenne l’Oscar prima dal generone holliwoodiano e poi dal pubblico, che ne fece ai botteghini un campione di incassi, terzo documentario miliardario dopo Fahrenheit 9/11 e La Marcia dei pinguini. A quel punto, con il Nobel e l’Oscar in tasca, si sviluppò sul Web, ma anche sulla stampa, un benevolo culto della personalità con molta gente che credeva possibile anzi vicina la nomination del Partito democratico per le presidenziali del 2008, quelle vinte da Obama. Lui però non volle saperne niente, con la politica, diceva “ho chiuso davvero con la politica politicante, mi interessa soltanto la sopravvivenza del genere umano”. Per confermarlo, guidò una serie di concerti “verdi” in tutto il mondo, e il Washington Post si divertì a stuzzicarlo con un titolo: “Al Gore rockstar”. Certo, non era davvero destinato a diventare un menestrello del pianeta ferito.
Nato in Virginia nel 1948 da un senatore democratico che aveva immense coltivazioni di tabacco, mangiò pane e politica fin da bambino. Il novello ambientalista lo coltivava già dal 1992, anno in cui scrisse Earth in balance (la terra in bilico) che meritò grandi elogi dal New York Times ma per lungo tempo a Washington tutti pensavano che Al avesse la fissa dell’ecolog ia, una stravaganza in virtù della quale lo chiamavano “the ozone man”, “l’indiano di legno”, o ancora “l’abbracciaalber i”. Ma lui tirava per la sua strada e riusciva anche a fare parecchi soldi con l’informatica. È stato nel board di Apple e in quello di Google, portandosi a casa alla luce del sole qualcosa come 50 milioni di dollari. I soldi non gli dispiacciono. Recentemente ha guadagnato 100 mila sterline partecipando a un Forum tenuto a Londra, e il Daily Mail ci ha ricamato sopra, calcolando che aveva intascato 3300 sterline al minuto. I suoi veri avversari, però, sono i cosiddetti “negazionisti” della catastrofe ambientale, che si faranno sentire a Copenaghen. Secondo costoro, Al Gore e molti altri al mondo hanno fatto fortuna taroccando via mail i numeri della distruzione planetaria. Lui risponde che “chi nega l’allarme ambientale è pagato dagli inquinatori” e che le mail – fra l’altro scomparse – non cambiano di un pollice l’opinione sua e quella degli scienziati che combattono con lui ormai da trent’anni.

Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice