Rassegna Stampa
Testata: Europa

Parigi si fa portavoce del Terzo mondo. Ma c’è il trucco

10/12/2009

autore: Simone Verde

Clima - I fondi proposti per la crescita verde dei paesi poveri sono i vecchi aiuti allo sviluppo. Con un nome nuovo

Ora che gli Stati Uniti hanno deciso di investire massicciamente in green economy per mettersi alla testa della nuova economia globale lasciando indietro Cina e India, il presidente Sarkozy e il suo ministro dell’ambiente Jean-Louis Borloo starebbero tentando di usare il summit di Copenhagen per intrufolarsi nel nuovo ordine mondiale. Come? Mettendosi a capo dei paesi più poveri, maggiormente penalizzati da un eventuale taglio delle emissioni e da un ulteriore rallentamento della crescita economica. A suggerirlo, è lo stesso ministro Borloo in un’intervista pubblicata ieri sul giornale della cooperazione d’oltralpe, Témoignages, attento nel rivendicare gli orientamenti già espressi a fine 2008, durante la presidenza francese dell’Unione Europea. «La Francia – afferma Borloo – ha assunto da tempo un ruolo chiave nei negoziati sul clima. Dapprima con la celebre Grenelle sull’ambiente e con l’adozione del pacchetto Ue “energia-clima”. Poi, chiedendo di fissare obiettivi chiari di riduzione dei gas a effetto serra, che tengano conto delle caratteristiche economiche e geografiche di ogni paese, la lotta alla deforestazione e il lancio di un “piano giustiziaclima” a favore dei paesi più vulnerabili, a cominciare dall’Africa che per la sua posizione geografica subisce le conseguenze del riscaldamento climatico più di tutti. Elementi che costituiscono la base di partenza nelle attuali trattative di Copenhagen ».
Le proposte francesi sono note, pensate tutte per capeggiare la fronda agli Stati Uniti in nome di una più equa ripartizione delle spese: «Per la Francia – continua Borloo – Copenhagen deve essere l’occasione di proporre un progetto politico fondato su una vera solidarietà climatica internazionale». Un progetto che dovrebbe prevedere stanziamenti annuali, suddivisi tra finanziamenti per la riduzione delle emissioni e aiuti allo sviluppo sostenibile. «I fondi – fa sapere il ministro – gestiti da quella che dovrebbe diventare l’Organizzazione mondiale per l’ambiente, dovrebbero venir convogliati su alcune grandi priorità: la rigenerazione delle foreste, la costruzione o la riparazione delle dighe, lo sviluppo di energie alternative». Questa, la linea perseguita da Parigi con l’intento esplicito di rappresentare i paesi meno ricchi al tavolo dei grandi e di riavvicinarsi all’Africa e alle ex colonie, oggi sempre più corteggiate da Cina e Stati Uniti.
Ma se le intenzioni e le velleità geopolitiche della Francia sono chiare e in parte persino prevedibili, è decisamente più difficile condurre politiche da superpotenza quando si può fare affidamento su conti pubblici da semplice nazione europea, per di più in periodo di crisi.
Secondo calcoli dell’Unione europea, infatti, per passare ai fatti ci vorrebbero 150 miliardi di euro ogni anno a partire dal 2020, 100 dei quali dovrebbero essere sborsati dai paesi dell’Ue.
Cifra insostenibile per ciascuno di essi, Francia compresa, su cui cominciano ad esercitarsi già i primi trucchi contabili. A lanciare il sospetto, il quotidiano Le Monde ieri in edicola, con un titolo assai polemico: “La Francia fa il doppio gioco nei negoziati sul clima?”.
L’accusa è pesante e investe la credibilità e l’onestà politica dell’azione diplomatica condotta a Copenhagen da Nicolas Sarkozy e dal suo ministro dell’ambiente. Il trucco sarebbe molto semplice: cambiare nome agli aiuti allo sviluppo stabiliti nel 1970 dai paesi più ricchi a quelli più poveri, trasformandoli in finanziamenti per la conversione industriale e per l’abbattimento delle emissioni dei gas a effetto serra. Aiuti che in teoria dovrebbero rappresentare lo 0,7 per cento del Pil delle maggiori potenze industriali e che in quarant’anni sono stati versati saltuariamente, al di sotto del tetto previsto e non da tutti. La Francia, accusa così Le Monde, si starebbe proponendo come capofila dei paesi in via di sviluppo, servendosi di un raggiro.
A denunciare l’imbroglio in sede di trattativa sarebbero i paesi africani che, a quanto fa sapere la delegazione sudafricana, minaccerebbero di abbandonare i negoziati nel caso in cui non avvertissero segnali di chiara disponibilità finanziaria da parte dei più ricchi. Unica potenza decisa a sostenere la loro battaglia, la Gran Bretagna di Gordon Brown che chiederebbe finanziamenti addizionali a quelli già previsti, ostacolata proprio dalla Francia di Borloo e Sarkozy che vorrebbe mettersi alla testa della giustizia globale contro Stati Uniti, Cina, Russia e India, senza tirare fuori un dollaro in più.

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