Rassegna Stampa
Testata: Europa

Il gelo di Mosca su Copenhagen

12/12/2009

autore: Matteo Tacconi

Il global warming potrebbe favorire le ambizioni territoriali russe sull’Artico

L’equazione dell’Artico secondo Mosca: meno ghiaccio, più idrocarburi. Il ragionamento che va di moda presso i circoli scientifici e politici della Federazione russa è che il progressivo scioglimento della calotta polare, dovuto all’innalzamento della temperatura media mondiale, può consegnare nelle mani del Cremlino un giacimento sterminato di petrolio e metano. Rubli in grande quantità, dunque.
È così che il global warming, a Mosca, non suscita timori. L’arretramento della calotta significa del resto l’avanzamento verso settentrione di Lukoil, Gazprom e delle altre grandi compagnie di stato deputate all’esplorazione, all’estrazione, allo stoccaggio e all’esportazione di “oro azzurro” e “oro nero”.
Sempre che la Russia, sull’Artico, riesca a metterci le mani.
Perché la calotta o quello che di essa rimarrà non è proprietà esclusiva di Mosca. Non è proprietà di nessuno. È una grossa area franca. Sulla quale, però, tutti gli stati rivieraschi – Canada, Stati Uniti, Norvegia e Danimarca, oltre alla Russia – hanno posato da tempo gli occhi.
La Federazione, pure la bandierina. Due anni fa l’esploratore Artur Chilingarov s’inabissò a bordo di un sommergibile e conficcò sul fondale artico il tricolore nazionale, a ribadire la tesi secondo cui la faglia di Lomosonov, che corre lungo il seabed polare, non è che il proseguimento territoriale della Siberia. La teoria è stata sempre rigettata in sede internazionale, ma il Cremlino non ha mai accantonato le pretese polari e spera che il global warming gli sia d’aiuto. Più farà caldo, più l’Artico sarà a portata di mano. Il punto è questo.
Ora, ha annotato Mauro de Bonis su Limes, il fatto che il vertice globale sul clima si tenga in Danimarca, una delle nazioni che vanta appetiti artici, non è che sia proprio casuale. Il tema dei ghiacci ormai ex perenni del “grande nord”, anche se non menzionato direttamente, gioca sicuramente un ruolo nelle dinamiche della conferenza, in vista di quella che gli esperti descrivono come la grande battaglia politico-diplomatica del secolo.
L’approccio dei russi non nasconde le ambizioni sull’Artico. I notabili della comunità scientifica hanno sostenuto, usando i giornali di Mosca come cassa di risonanza, che il global warming non esiste. Da ricordare inoltre l’operazione di hackeraggio, lanciata proprio nei giorni scorsi, orchestrata dall’intelligence moscovita e finalizzata a dimostrare che il climate change è una frottola. I corsari russi della rete hanno creato e diffuso ai quattro venti, secondo quanto racconta la stampa di Londra, delle false e-mail attribuite a degli scienziati britannici, in cui gli stessi scienziati confessano che le loro ricerche sul surriscaldamento sono volutamente gonfiate, così da accrescere la sensibilità climatica.
Altra ragione che induce i russi a sperare di vedere meno ghiaccio, lassù nel grande nord, è l’apertura di una rotta commerciale che darebbe modo di collegare le coste della Federazione all’Asia, con notevole risparmio di soldi e di tempo. Ma a Mosca non pensano solo alla “depolarizzazione” del polo. Pensano anche a quella parte di Siberia ricoperta dal permafrost.
Dovesse squagliarsi, si aprirebbero prospettive economiche allettanti, in una regione che già oggi produce, grazie alla presenza di giacimenti petroliferi e gassosi, nonché di numerose pipeline e di tutto l’indotto energetico, parecchia ricchezza.
Eppure nell’equazione nordica sono presenti diverse variabili di cui Vladimir Putin e Dmitry Medvedev dovrebbero tenere conto. Primo: estrarre petrolio e metano dal fondale artico comporta un dissanguamento economico tutt’altro che indifferente e secondo alcuni esperti, sarebbe addirittura più la spesa che il guadagno.
Secondo: lo scioglimento dei ghiacci provocherebbe, nelle aree costiere, un’inondazione gigantesca e i propositi di “colonializzazione” andrebbero a farsi benedire.
Terzo: i tubi che corrono sotto il permafrost siberiano verrebbero gravemente danneggiati, si dovrebbe fare manutenzione permanente, se non cambiare in molti casi il tracciato. Anche qui, i costi esorbiterebbero.
Mosca continua però a sottostimare la faccenda, senza prestare ascolto a quei (pochi) gruppi ambientalisti russi che in vista del vertice di Copenhagen hanno spiegato come lo scioglimento dei ghiacci, polari e siberiani, possa in futuro scombussolare l’esistenza delle popolazioni locali e l’economia nazionale. Ma il discorso non fa breccia. Inascoltato anche il ministro britannico dell’ambiente, Ed Miliband, che durante una recente visita a Mosca, come racconta il Guardian, aveva avvertito la controparte che i cinquemila chilometri di infrastrutture ferroviarie che si snodano lungo il territorio siberiano rischiano a breve di fare una brutta fine.
Ma niente.
I grandi capi delle compagnie energetiche di stato osservano il vertice danese con disinteresse e fastidio.
È che l’Artico gli fa gola e il taglio alle emissioni paura. Indicative le parole di Leonid Fedun, numero due di Lukoil.
«L’accordo sul clima è una grande frode, della stessa pasta dell’influenza suina», ha detto Fedun, sottolineando come l’intesa, se stipulata, avrà ripercussioni notevoli sull’industria del metano, il cui volume esportato passerà, entro il 2020, da 240 miliardi di metri cubi a 180 miliardi.
Comunque, sabotare l’accordo è un lusso che la Russia non può permettersi.
La metterebbe all’angolo, isolandola.
Un’intesa al ribasso però si può fare. È quello a cui il Cremlino punta. Tant’è che ha posto, come condizione, che il pacchetto tenga presente che buona parte del territorio russo è ricoperto da foreste (le foreste attutiscono le emissioni). Come dire: siamo pronti a firmare, ma possiamo inquinare un po’ più degli altri e – viene da aggiungere – continuare a fondere i ghiacci. Presenterà questo punto di vista, Dmitry Medvedev, quando il 17 e 18 dicembre sarà a Copenhagen. Ma il suo vero obiettivo in terra danese è firmare insieme a Barack Obama, a margine del summit, il trattato sulla riduzione degli armamenti strategici. È quasi fatta, dicono sia a Mosca che a Washington. Sarà questa l’unica dota che Copenhagen porterà al mondo?

Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice