Rassegna Stampa
Testata: Corriere della Sera
Tuvalu, l’isoletta che sfida Cina e India
12/12/2009
autore: Danilo Taino
Negoziati Divisioni anche tra le nazioni in via di sviluppo: diritto alla sopravvivenza contro quello alla crescita
Il mini-arcipelago lancia l’allarme: «Impegni maggiori o finiremo sommersi»COPENAGHEN—Ogni tanto capita che qualcuno non ci stia a farsi insolentire dalla Cina. È successo negli scorsi due giorni alla Conferenza sul clima di Copenaghen, quando il rappresentante dell’isola di Tuvalu, 12mila abitanti nella Polinesia, si è alzato e ha abbandonato la sala dopo che gli inviati di Pechino e di New Delhi avevano brutalmente respinto le sue proposte, tese a salvare l’isoletta dal possibile innalzamento del livello degli oceani. Ha così bloccato per quasi due giorni la parte principale dei lavori e ha reso evidente al mondo che gli interessi dei Paesi poveri non sono affatto omogenei, che ci sono differenze vitali tra i grandi emergenti come Cina, India, Brasile, Sudafrica e i meno sviluppati.
Nel giorno in cui la presidenza della Conferenza ha presentato una proposta di mediazione che dovrebbe formare la base delle trattative dei prossimi giorni, Ian Fry, il delegato di Tuvalu, ha reso evidente che la divisione su come affrontare il surriscaldamento del pianeta non è un semplice scontro tra Paesi industrializzati e Paesi poveri. Giovedì, Fry aveva proposto interventi molto più ambiziosi in termini di taglio dei gas a effetto serra di quelli presi in considerazione finora. Per evitare che Tuvalu e altre isole—per esempio le Maldive—rischiassero di finire sott’acqua, chiedeva che l’obiettivo della Conferenza fosse quello di non superare un aumento medio della temperatura della terra di 1,5 gradi, mentre la grande maggioranza dei Paesi ha finora sempre parlato di 2 gradi. A questo scopo, proponeva un nuovo trattato più vincolante di quello di Kyoto al quale fossero tenuti ad aderire, con limiti precisi ai loro livelli di emissione, anche i grandi Paesi emergenti, che sono anche grandi emettitori.
La Cina e l’India — che stanno coordinando ai massimi livelli le loro posizioni a Copenaghen — hanno sdegnosamente respinto le sue argomentazioni: non hanno nessuna intenzione di entrare in un trattato che le costringa a fissare tagli obbligatori ai gas nocivi. Fry ha preso male la reazione, gli è sembrato che il disinteresse sui rischi che corrono le piccole isole fosse sovrano: ha dunque bloccato i lavori. Ieri ha poi ribadito che se un accordo finale sarà troppo debole non è escluso che alcuni Paesi lo blocchino. La faccia feroce di Pechino e New Delhi non ha dunque fatto tremare la piccola isola che lotta per la sopravvivenza (e che, tra l’altro, riconosce Taiwan, anche in questo caso con notevole irritazione dei cinesi).
Ieri, l’Alleanza delle piccole isole-Stato (Aosis) ha cercato di mediare e ha prodotto una bozza di proposta che di fatto mantiene gli obiettivi proposti da Tuvaluma glissa sul nuovo trattato al quale dovrebbero aderire anche i grandi Paesi emergenti. Chiede impegni molto maggiori ai Paesi ricchi ma uno sforzo altrettanto consistente a Cina, India, Brasile, Sudafrica. La situazione sarà discussa nel «G77 più Cina», il gruppo dei Paesi in via di sviluppo che a Copenaghen prova a parlare con una voce unica ma in realtà è diviso al proprio interno: Pechino dice che il diritto allo sviluppo viene prima della lotta contro l’anidride carbonica, le piccole isole ribattono che «la sopravvivenza non è negoziabile» (Mohamed Aslam, ministro dell’Ambiente delle Maldive).
Domani, la presidente della Conferenza, la danese Connie Hedegaard, farà il punto sullo stato dei negoziati, che si chiuderanno il 18 dicembre. Poi, inizieranno a discutere i ministri dell’Ambiente e infine arriveranno i grandi leader delmondo. E, come dice Mr. Fry, anche quelli piccoli.
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice