Rassegna Stampa
Testata: L'Unita

Clima, i Paesi poveri in rivolta La Ue: i tagli Usa non bastano

10/12/2009

autore: Marco Mongiello

Sotto accusa l’Occidente. Critiche all’Italia: «Fa troppo poco». La Cina incalza gli Stati Unti
Oggi il vertice europeo La presidenza svedese: non possiamo arrivare a meno 30% di Co2

Alla Conferenza Onu sul cambiamentoclimatico sono ancora le Nazioni industrializzate a sedere sul banco degli imputati, dopo che martedì sera una bozza di accordo preparato dalla presidenza danese ha trascinato nelle polemiche il negoziato. A condurre l'accusa è stato l'ambasciatore del Sudan e portavoce del gruppo dei Paesi in via di sviluppo del G77 (che rappresenta 131 nazioni) più Cina, Lumumba Stanislaus Di-Aping.
I paesi industrializzatidevono ridurre di più, ha affermato, «loro hanno le risorse e la tecnologia» e non si può chiedere di mettere un tetto alle emissioni ai Paesi in via di sviluppo perché se «non possono emettere non possono crescere. Così sono forzati a vivere nella povertà assoluta». Qualcun altro ha persino parlato di «colonialismo carbonico».
MESSAGGIO A OBAMA
Il messaggio principale è per il presidente americano Obama, che oggi sarà ad Oslo per ritirare il Nobel per la Pace. Secondo Di-Aping gli Usa hanno presentato «un taglio totale delle emissioni troppo piccolo, vista la quantità di Co2 che producono: sono i più grandi inquinatori del mondo» se si calcolano le emissioni pro capite. Gli ha fatto eco il capo negoziatore cinese, Xie Zhenhua, auspicando «che il presidente Obama porti un contributo concreto a Copenaghen».
Quanto all'Italia il capo negoziatore sudanese, rispondendo alle domande dell'Unità, ha invitato ad «ascoltare quello che ha detto il Papa sul cambiamento climatico: il mondo deve affrontare la questione». Secondo Di-Aping «ai cittadini italiani non fa bene avere più inquinamentoe più riscaldamento globale. Oggi è la Spagna ad essere colpita dalla siccità,domani potrebbe toccare all'Italia». Il cambiamento climatico, ha continuato il portavoce dei Paesi in via di sviluppo, «riguarda tutti. Credo che il Governo italiano e il popolo italiano possa contribuire con ampi tagli domestici delle emissioni», anche al di là di quello che chiede la proposta di Brown di passare subito al 30%.
Ieri però anche tra i Paesi in via di sviluppo si è registrata una spaccatura. Lo stato insulare polinesiano di Tuvalu ha chiesto ed ottenuto una sospensione del negoziato per esaminare la sua proposta di limitare l'aumento della temperatura a 1,5 gradi, invece che a 2. Ad appoggiarlo sono stati gli Stati africani più poveri e l'Associazione dei piccoli stati insulari, Aosis. Contrari invece i Paesi emergenti come Cina, India e Sudafrica per il timore di veder ridotte le proprie prospettive di crescita. Sul fronte europeo la posizione ufficiale rimane quella più attendista. «Gli impegni presi dagli Usa non sono comparabili agli sforzi assunti dall'Unione europea», ha detto il premier svedese e presidente di turno dell'Ue, Fredrik Reinfeldt, «pensiamo che non sia il momento di prendere la decisione di portare i nostri sforzi di riduzione al 30%».
I VERDI: TROPPO POCO IL 20%
Anche per i Verdi europei però quella del 20% è una riduzione insufficiente. Secondo uno studio dell'Ecofys Institute presentato all'Europarlamento i tagli effettuati finora sarebbero dovuti per lametà a «coincidenze », come la recessione e il collasso dei Paesi dell'ex blocco sovietico, piuttosto che a misure politiche messe in campo.
In ogni caso al Consiglio Ue che si apre oggi a Bruxelles i Ventisette si limiteranno a decidere il contributo europeo ai previsti 10 miliardi di dollari all'anno di aiuti immediati ai Paesi in via di sviluppo nel triennio 2010-2012. Secondo indiscrezioni l'Ue sarebbe pronta a offrire in tutto 6 miliardi di euro, due all'anno.

Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice