Rassegna Stampa
Testata: Il Manifesto

Il rilancio di Pechino

10/12/2009

autore: Alberto D'Argenzio

Al summit sul clima la Cina annuncia più tagli alle emissioni e incalza gli Usa

La Cina sfida gli Usa, i paesi poveri quelli ricchi e tra un lancio di guanto e l'altro il vertice di Copenhagen scalda i motori. Pechino sorprende un po' tutti e dopo aver affossato a braccetto con Washington (assieme fanno il 40% delle emissioni globali), l'opzione di un Trattato legalmente vincolante, si schiera dalla parte di chi, invece, pretende fare sul serio. «Valuteremo» l'obiettivo finale di dimezzare le emissioni globali entro il 2050, ha fatto sapere ieri il capo delegazione Xie Zhenhua. Posta in alto l'asticella, Zhenhua si lancia in pressing sugli Usa: «Spero davvero che il presidente Obama possa portare un contributo concreto a Copenhagen». I paesi poveri e in via di sviluppo, riuniti nel G77 più Cina, prendono invece di petto la bozza di intesa confezionata dal governo danese e la affondano. «Il primo ministro danese è disperato ma non dovrebbe confondere la sua carriera politica con un accordo a qualsiasi prezzo», ha avvertito il sudanese Lumumba Stanislaus Kaw Di Aping a nome di tutto il gruppo.
Secondo la Cina, grande mattatrice di ieri, i paesi ricchi devono tagliare i gas serra di almeno il 25-40% entro il 2020 rispetto ai dati del 1990. Di fronte a questa forbice gli Usa non hanno le idee chiarissime (il congresso chiede un taglio intorno al 17%, ma rispetto ai valori del 2005) mentre l'Europa oscilla, tra chi si accontenta del 20% e chi chiede il 30%. Entrambi gli obiettivi sono statti fissati dai 27, ma il secondo solo in caso di un contributo equivalente da parte degli altri paesi industrializzati e di un impegno concreto di quelli in via di sviluppo. E su cosa voglia dire equivalente c'è già battaglia tra i 27.
Ieri il gruppo dei verdi al Parlamento europeo ha presentato a Bruxelles uno studio dell'istituto Ecofys secondo cui se la Ue vuole rispettare l'obiettivo di contenere il riscaldamento globale ai 2 gradi, allora deve darsi da fare e tagliare le emissioni del 40% entro il 2020 e farlo con politiche proattive anche perché fino ad ora gran parte del suo successo in materia si deve alla ristrutturazione del sistema industriale del paesi dell'est e alla crisi economica che ha tagliato consumi e produzione.
L'Africa intanto non digerisce nemmeno l'obiettivo dei 2 gradi. «I due gradi - ha detto Di Aping - sono devastanti per l'Africa». Secondo il quarto rapporto dell'Ipcc, il Pannello intercontinentale sul cambiamento climatico, «nelle quattro regioni dell'Africa e in tutte le stagioni la temperatura aumenterà tra 3 e 4 gradi, approssimativamente 1,5 volte la risposta globale». Quindi, attacca l'ambasciatore sudanese, «con un obiettivo di 2 gradi scegli che l'Africa debba accettare un aumento di 3,5 gradi. E oltretutto non c'è nemmeno base scientifica sui 2 gradi». Anche per questo il sud del mondo attacca la Danimarca, per essersi messa al lato delle nazioni ricche invece di cercare un consenso tra i due blocchi. «I paesi sviluppati hanno una responsabilità storica per aver danneggiato l'atmosfera negli ultimi 200 anni», ha detto ancora Di Aping.
E a dividere nord e sud c'è anche la questione degli aiuti economici ai paesi poveri per metterli in condizione di lottare contro il riscaldamento globale. Di questo discuteranno questa sera a Bruxelles i leader dei 27. La Commissione Ue ha proposto di dare 2,1 miliardi di euro all'anno per il periodo 2010-2012 (il primo periodo, chiamato fast start), in un quadro di aiuti occidentali di circa 7 miliardi. Il problema è che nella bozza delle conclusioni del vertice Ue la Presidenza svedese alla voce cifra ha piazzato una bella X, un'incognita frutto della pressione di molti paesi, poco propensi ad aprire il portafogli. «Nessuno vuole spendere per Copenhagen» è lo slogan secco del ministro polacco degli Affari Europei Mikolaj Dowgielezicz. Pure Italia, Germania e Francia non vogliono mettere soldi sul tavolo prima di capire come finirà in Danimarca. «Non si può dare un assegno in bianco lasciando che gli altri sfuggano alle loro responsabilità», ha detto il tedesco Guido Westerwelle. Non si può? Il Regno unito ha già detto che darà 884 milioni di euro. Un segnale, che rischia di cadere nel vuoto. Mentre a Copenaghen i paesi poveri chiedono segnali chiari e chiedono anche più di 7 miliardi all'anno, almeno 10. Le sfide sono appena iniziate.

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