Rassegna Stampa
Testata: La Stampa
Il G2 dei grandi inquinatori
10/12/2009
autore: Glauco Maggi
Cina e Usa insieme sono responsabili del 40 per cento dei gas planetari
Pechino teme i rischi del rallentamento, Washington quelli della recessioneNEW YORK - L’incontro della settimana ventura a Copenhagen tra l’americano Obama e il cinese Wen Jiabao sarà un faccia a faccia decisivo per la politica di riduzione dei gas serra prodotti dalle due potenze. È consenso generale, ma soprattutto constatazione della realtà dei numeri, che i presidenti del G2 abbiano in mano l’interruttore centrale per abbassare considerevolmente, se non per spegnere, il livello mondiale di inquinamento da gas serra.
Al convegno danese dell’Onu sul clima, G2 sta per i «Due Grandi Emittenti di Co2», visto che da soli Usa e Cina hanno una quota di oltre il 40%, con il resto spartito tra le altre 188 nazioni presenti. Che cosa Obama e Wen Jiabao prometteranno di fare sarà la bussola anche per gli impegni dei Paesi schierati oggettivamente dietro i due leader, le economie più ricche e sviluppate con l’americano, quelle più povere ed emergenti con il cinese. Per capire le possibilità di cambiare l’«atmosfera» normativa attuale in un modo efficace, si deve partire dalla «mappa delle emissioni».
L’America e la Cina hanno arsenali diversissimi di armi di emissione di massa, quasi speculari. È la società dei ricchi individui che consumano più di quanto producono contro quella delle api operaie di una economia pianificata che ha il fine sociale dell’export. Ogni mille americani (dati 2005) ce ne sono 461 che possiedono un’automobile, mentre di cinesi al volante ce ne sono solo quindici ogni migliaio, anche se qualcuno ha la Ferrari. Tradotto in pedaggio di carbonio nell’aria dovuto ai trasporti su strada, significa che gli americani contano per una quota del 31,6% delle emissioni globali, 5,5 volte tanto il 5,7% dei cinesi con la patente.
Il cielo di Pechino può insomma anche aver già superato quello nero di fumo che gli storici descrivono per la Birmingham della rivoluzione industriale, ma la Cina è ancora soprattutto una enorme campagna. E marginale è pure, per adesso, il contributo in gas provocato dagli aerei che volano sulla Grande Muraglia: i chilometri percorsi da tutti i passeggeri, nel 2004, sono stati 176 miliardi, un settimo dei 1160 miliardi degli americani: parallelamente, la fetta nel mondo delle emissioni di Co2 della aviazione cinese ha raggiunto l’8,5%, circa un settimo del 57,2% degli Stati Uniti.
Dove le parti si invertono è nella produzione industriale di beni. Se si prendono le tonnellate di Co2 generate nel 2007 dagli stabilimenti americani e cinesi per fabbricare beni esportati rispettivamente in Cina e negli Stati Uniti, si registra uno squilibrio clamoroso. Le emissioni create dalle fabbriche Usa sono state pari a 39 milioni, una frazione dei 1400 milioni di tonnellate usciti dalle ciminiere cinesi per rifornire di merci Wal Mart e le altre grandi catene di supermercati americani, o per approvvigionare di acciaio e ferro le aziende degli Stati Uniti. La Cina, nel 2007, ha pesato da sola il 54,2% di tutte le emissioni mondiali dovute alla produzione di questi due metalli di base.
Il mondo assiste al braccio di ferro tra i G2 e spera in impegni più forti di quelli ventilati: il 17% degli Usa entro il 2020, e il 40% della Cina, ma calcolato sulla intensità delle emissioni per unità di prodotto interno lordo (che vuol dire una crescita in termini assoluti). Ma lo spaccato delle voci delle emissioni (la fonte è il Financial Times) mostra quanto sia arduo l’obiettivo della virtù verde: se la macchina produttiva cinese rallenta, la sua tenuta sociale è a forte rischio; e se gli americani non possono consumare al loro ritmo, la ripresa dalla recessione si allontana.
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice