Rassegna Stampa
Testata: La Stampa
Atolli in rivolta "Accordo vero o ci condannate"
10/12/2009
autore: Marco Zatterin
Tuvalu e i “poveri” scuotono la Conferenza. Attesa per il patto Ue sui tagli alle emissioniLa frase del giorno è del sudanese Lumumba Stanislas Dia Ping, capo della delegazione dei «poveri» alla Conferenza sul Clima. Dice che «10 miliardi di dollari non servono ai Paesi in via di sviluppo nemmeno per comprare abbastanza bare» e così lancia la rivolta del Gruppo dei 77.
Ieri il rappresentante delle Tuvalu, nove atolli del Pacifico con undicimila anime, ha chiesto la sospensione della sessione mattutina e ha minacciato di abbandonare il summit se non si lavorerà su un accordo vero e vincolante, perché la sua gente rischia di essere la prima a sparire dal pianeta se si alzeranno i mari. Voleva un gruppo di lavoro ad hoc. Cinesi, indiani e sauditi hanno detto no. Ma il messaggio degli isolani ha fatto in fretta il giro del mondo. Ecco il nocciolo del summit danese, giunto ieri a una terza giornata dedicata ai preliminari.
Si parla dei ricchi che devono contaminare di meno l’atmosfera e aiutare chi non ha. Senza ombra di soluzioni, però, difficile vederne prima del weekend. Dopo le tensioni e le male parole in cinese sulla bozza danese secondo cui l’Occidente poteva anche inquinare più degli altri - il premier Rasmussen l’ha ridotta allo status di «uno dei tanti fogli che circolano» -, il match si è giocato guardando avanti. C’è attesa per il vertice Ue che s’apre oggi a Bruxelles in cui i leader ribadiranno l’ambizione di un patto vincolante sui tagli di Co2 (a giugno) e stanzieranno i fondi per il «fast start» 2010-2012, pare almeno 2 miliardi l’anno in favore degli emergenti. Nel triennio si potrebbe arrivare a un totale di 7 miliardi.
Il premier svedese e presidente di turno dell’Ue, Frederik Reinfeldt, sta raccogliendo le offerte delle capitali. L’unica sicura è britannica, 900 milioni sul triennio. Tedeschi e francesi dovrebbe calare qualcosa di simile. L’Italia risulta essere nel mezzo della verifica delle disponibilità fra le pieghe di un bilancio tiranno: potrebbero essere 4-500 milioni. I fondi saranno destinati ai Paesi in via di sviluppo per sforbiciare il Co2, investire sulle energie pulite e rispondere ai contraccolpi del mutamento climatico. Nonostante le pressioni inglesi e danesi, difficile che i Ventisette vadano oltre l’obiettivo di comprimere del 20% le emissioni entro il 2020 e quello di arrivare al 30% se tutti faranno almeno il venti.
Il fatto che l’Epa, l’agenzia americana per l’Ambiente, abbia ammesso lunedì che i gas serra arrecano danni alla natura sembra aver dato energia agli uomini di Washington. Ieri, a Copenaghen, il negoziatore Todd Stern ha affermato che gli States «accettano il loro storico ruolo nella lotta al cambiamento climatico», chiedono alla conferenza di varare «l’accordo più forte possibile», ma sottolineano che «non può essere una sine cura per Cina e paesi in via di sviluppo». Un messaggio più dolce che agro, secondo gli osservatori. Anche perché la direttrice dell’Epa, Lisa Jackson, ha aggiunto che la sua decisione dovrà essere regolata con una doppia azione per amministrazione e Congresso: «Serve un quadro legislativo per rimuovere le incertezze».
Vallo a dire ai cinesi. Martedì si sono appellati a Obama per un taglio degli emissioni, promettendo di essere «costruttivi». Nella notte hanno fatto circolare «uno dei tanti fogli» proponendo l’estensione del protocollo di Kyoto, con il quale 37 paesi si sono votati a ridurre del 5% le emissioni nel 2012 rispetto al 1990. Non piace a nessuno, meno che meno ai «poveri». Il capo negoziatore Xie Zhenuha ha espresso l’auspicio che «Obama porti un contributo concreto». Se lo aspettano tutti negli atolli di Tuvalu e dintorni. Se lo aspettano dall’America che sta decidendo e dall’Europa che lo farà domani.
I Ventisette vogliono essere leader nella lotta all’inquinamento senza perderci la faccia in tempi di crisi. Fanno promesse e non convincono tutti. Non il Wwf. «L’offerta di un taglio del 20% rallenterebbe addirittura l’attuale ritmo di riduzione delle emissioni in Europa», ha detto Mariagrazia Midulla, responsabile italiana Clima dell’organizzazione. Per aver successo, assicura, occorre arrivare subito al 30%, se non al 40%. Come propongono inglesi, olandesi, e danesi. Senza che gli altri, per ora, siano disposti ad ascoltare.
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice