Rassegna Stampa
Testata: Corriere della Sera
Ambiente, l’Ue mette in gioco 6 miliardi per i Paesi poveri
10/12/2009
autore: Luigi Offeddu
I 27 cercano l’accordo sul fondo triennale «Fast start»BRUXELLES — Si scrive «Fast start», «partenza o avvio rapido», e si legge «soldi subito »: circa due miliardi di euro all’anno, per 3 anni dal 2010 al 2012, che i 27 Paesi dell’Unione Europea verserebbero a quelli in via di sviluppo dell’Africa e dell’Asia, per aiutarli a ripulire i propri cieli dall’inquinamento.
In tutto, 6 o 7 miliardi nel prossimo triennio: contributi volontari, e non magrissimi. Che da Bruxelles, almeno nelle intenzioni, potrebbero o dovrebbero sciogliere lo stallo della conferenza sul clima di Copenaghen, iniziata ormai da 4 giorni e già a rischio di deragliamento. Proprio questo, dovrebbe significare il fondo battezzato «Fast start»: uno scatto, un colpo d’ala, per superare un macigno sulla strada di Copenaghen. È ancora una proposta teorica, anche perché i Paesi in via di sviluppo chiedono agli altri un aiutomolto più sostanzioso: 10 miliardi all’anno, e non due, da qui al 2012. «L’elemosina di Bruxelles non basta», avverte Tim Gore, portavoce dell’organizzazione «Oxfam International».
I 27 Stati della Ue sono divisi. Ma stasera e domani, i loro capi di Stato e di governo parleranno di questa proposta al Consiglio Europeo a Bruxelles. Gli «sherpa», gli esperti diplomatici e tecnici, dicono che l’Europa si gioca un’occasione rara per presentarsi come interlocutore del resto del mondo, e per parlargli con una voce univoca. O per perdersi, ammutolita, nella nebbia politica dei gas serra. Il nodo del clima è anche il primo che si trova ad affrontare la nuova Ue disegnata dal Trattato di Lisbona appena entrato in vigore. Ma proprio sul fronte del clima, le posizioni sono coperte o dissimulate, colossali gli interessi in gioco: il negoziato si preannuncia come molto difficile.
Le divisioni riguardano innanzitutto l’entità dei singoli contributi, il «chi verserà quanto, e a chi»: perché volutamente non sono stati fissati dei paletti, e per questo si negozierà fino all’ultimo. Ma c’è anche la spaccatura sui «tagli» alle emissioni di gas serra. Oltre un anno fa, è stato concordato che la Ue taglierà il 20% delle sue emissioni inquinanti entro il 2020, ma poi è saltato fuori un obiettivo assai più ambizioso, il 30%. Oggi i Paesi tradizionalmente «verdi» come la Danimarca (padrona di casa dell’attuale Conferenza sul clima), la Svezia (presidente di turno della Ue fino al 31 dicembre, e firmataria della proposta sul «Fast start»), la Gran Bretagna, la Spagna, la Germania e altri ancora sostengono proprio l’ipotesi più ambiziosa, anche se la vincolano a un accordo globale con Stati Uniti, Cina, India, Brasile: vogliono calare sul tavolo di Copenaghen la «carta del 30%». Mentre la Polonia, la Repubblica Ceca, l’Italia e altri, almeno fino ad ora, non sembrano considerarla credibile. Di quella carta, contestano anche i presupposti economici: ricordando il prezzo imposto a tutti dalla crisi mondiale, lasciando capire che un taglio del 20% alle emissioni sarebbe un traguardo molto più ragionevole.
Non molto diverse sono le linee di frattura intorno ai soldi del «Fast start». I Paesi più critici mettono in guardia da un impegno su cifre precise, soprattutto se Cina e India non assumeranno una posizione ben definita. Ilministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, parla chiaro e tondo di un pericoloso «assegno in bianco». Ilministro polacco degli Affari Europei Nikolai Dowgielewicz avverte che «nessuno vuole spendere per Copenaghen». Londra ha invece offerto quasi 900 milioni di euro per il triennio, la Francia assicura che «sarà generosa », ma non spiccica un solo numero. E l’Italia, per bocca del suo ministro degli Esteri Franco Frattini, ha annunciato che «deciderà quello che deciderà la Ue».
Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice