Rassegna Stampa
Testata: Europa
Clima, l’Europa rischia l’emarginazione
08/12/2009
Occhi puntati da ieri su Copenaghen, perché nella capitale danese si gioca un pezzo del nostro futuro. Fino al 18 dicembre il summit dell’Onu discuterà di cambiamento climatico. In soldoni, di come riusciremo a equilibrare sviluppo e tutela dell’ambiente cercando di riconvertire la capacità e la qualità industriale del pianeta. La prima giornata ha fatto capire quante difficoltà dovremmo incontrare.
Caricato di valenze epocali, il vertice dovrebbe riscrivere il protocollo di Kyoto. Nelle settimane scorse sono già emersi niet significati da parte di Cina e India ed è affiorata la notevole timidezza di Obama che sconta il forte ritardo dell’organizzazione economica e produttiva degli States. All’Europa, dunque, tocca fare di più, sostituendo al già ambizioso “20-20-20” – riduzione del 20 per cento di CO2 e sostituzione del 20 per cento di combustibili fossili con energie rinnovabili entro il 2020 – un ancor più coraggioso taglio del 40 per cento delle emissioni di CO2 entro il 2020 e del 95 per cento entro il 2050. Per i paesi non industrializzati – fra cui figurano in modo improprio Brasile, Cina e India – l’Europa propone che la frenata sia più lenta, consentendo che per i paesi emergenti le emissioni siano superiori dell’84 per cento nel 2020 rispetto al 1990 e inferiori del 51 per cento nel 2050 rispetto sempre ai livelli del ’90.
Nonostante questo differenziale, la Cina e l’India hanno fatto sapere che il summit sarà un fallimento se l’accordo dovesse prevedere indicazioni temporali, controlli internazionali e forme di protezionismo dei paesi industrializzati.
Ma non è questo il solo intoppo. Anche gli Stati uniti, il cui settore dei trasporti dipende per il 97 per cento dal petrolio, si sono impegnati a ridurre solo del 17 per cento le emissioni di CO2 entro il 2020 e dell’83 per cento entro il 2050. Non dimentichiamo che Usa e Cina generano il 40 per cento di tutte le emissioni di CO2 del pianeta e che il carbone resta il combustibile per eccellenza in India e Cina.
Ai grandi numeri occorre aggiungere i tentennamenti dell’Europa, che ha lasciato liberi gli stati membri di individuare le politiche più consone al proprio sistema economico e sociale.
Le politiche virtuose si sono sviluppate così a macchia di leopardo. Le misure adottate lo scorso anno con il famoso “20-20-20” avevano generato l’opposizione di alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, spinta da molte organizzazioni imprenditoriali a considerare con evidente miopia quell’indicazione un costo troppo elevato per il settore manifatturiero. Copenaghen dunque, laboratorio per le politiche contro l’inquinamento. Ma non solo. Ne usciranno anche i pesi e le misure del nuovo scenario internazionale. Il rischio di un asse Usa-Cina (con India, Brasile e Sud Africa pronti a condividerlo) da un lato e l’Europa dall’altro, potrebbe produrre una emarginazione del vecchio continente rispetto ai processi globali. Per Obama sarebbe una abiura del multilateralismo. Per l’Europa, la fuga da politiche coraggiose, con il conseguente abbandono dei tentativi di riequilibrare il rapporto uomo-pianeta.
Sarebbe fatta salva la giustificazione che oggi è prioritario salvaguardare l’industria europea e non sottoporla a concorrenze sleali fondate sul “dumping” ambientale. Il pericolo di un ritorno indietro è evidente. La riproposizione delle centrali nucleari e di quelle a carbone, una eccessiva gradualità nella riduzione di CO2 sono tentazioni che già hanno fatto presa su alcuni governi europei. Il governo italiano non è da meno, molto lontano dalle scelte compiute da altri paesi membri. Non dimentichiamo che nella nuova Commissione esecutiva il governo tedesco ha optato per la delega sull’ambiente lasciando all’Italia quella, pur prestigiosa, sull’industria.
Non è un caso. Sull’ambiente oggi corre sviluppo e futuro, passano i rapporti multilaterali e di conseguenza si misurano i pesi nella politica internazionale. Il vertice di Copenaghen ci dirà anche questo.
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