Rassegna Stampa
Testata: Europa

L’abc di Copenhagen

08/12/2009

autore: Daniele Castellani Perelli, Valentina Longo, Azzurra Meringolo, Marilisa Palumbo

Le parole chiave per seguire le due settimane del summit Onu sul clima

Artico.
Ogni anno si perdono tonnellate di ghiaccio e il picco si è raggiunto tra il 2006 e il 2009 (dati National Snow and Ice Data Center), ora la calotta artica misura 5 milioni di chilometri quadri (1,6 milioni di metri quadri meno rispetto alla media di trent’anni fa). L’anno peggiore è stato il 2007, seguito da 2008 e 2009, con rischi già tangibili per l’ambiente e la biodiversità, anche i molluschi che lo popolano potrebbero scomparire. Della sua tutela si occupa il forum intergovernativo che va sotto il nome di Consiglio artico.
Brasile, è il paese in cui l’86 per cento della popolazione (contro una media mondiale del 63, fonte Bbc) si dice preoccupato per il cambiamento climatico ma, con India e Cina, fa anche parte del terzetto dei più importanti paesi in via di sviluppo, finora restii a muoversi sul fronte della lotta al global warming. La (buona) notizia di ieri è che Rio, New Delhi e Pechino hanno individuato una cornice di base comune per negoziare i tagli alle emissioni di CO2 durante il summit.
Climate change è la parola chiave che comprende tutte le variazioni di clima e temperatura sulla Terra: riscaldamento globale, scioglimento dei ghiacci, frequenti alluvioni e siccità che stanno incrementando rapidamente i rischi per il futuro. In questi mesi l’International Panel on climate change sta elaborando il prossimo scenario (l’ultimo disponibile è quello 2007). Anche uno scandalo è esploso in suo nome, il “Climategate”, riguardante migliaia di email nelle quali noti accademici hanno ammesso di aver falsificato dati sull’effetto serra per avvalorare teorie sul clima.
Travolto anche l’ex vicepresidente americano Al Gore, che ha annullato la sua conferenza prevista a Copenhagen.
Danimarca, paese leader nella sostenibilità ambientale, e appena definito «paese più felice del mondo», arriva al summit con la sua bozza per la riduzione delle emissioni di gas serra del 50 per cento entro il 2050 rispetto agli anni ’90. Da anni investe su rinnovabili e turismo sostenibile. Il 75 per cento dei danesi infatti possiede una bici, solo il 30 per cento guida un’auto nei centri urbani, l’energia eolica soddisfa il 20 per cento del fabbisogno e in dieci anni il consumo di acqua è diminuito del 40 per cento.
Vedi l’isola di Ærø, dove c’è il più grande sistema di pannelli solari al mondo.
Europa. si dice sempre che sia divisa e non abbia una voce unica.
Stavolta, però, l’Unione europea arriva all’appuntamento con una proposta chiara sostenuta anche dal suo parlamento (cosa che non può dire l’americano Obama): vuole ridurre le proprie emissioni del 20 per cento entro il 2020, rispetto al 1990. E dice di essere pronta a calare anche l’asso, arrivare al 30 per cento, se gli altri faranno lo stesso.
Foreste, come tutelarle? Oggi la percentuale di emissioni di CO2 generate dalla deforestazione è del 20 per cento e, anche se le foreste, soprattutto tropicali, catturano grosse quantità di biossido di carbonio, il pianeta è costretto a fare i conti con il disboscamento di ampie aree distrutte o eccessivamente sfruttate (convertite in campi agricoli o per la produzione di olio di palma), che così diventano fonte di gas serra. Secondo la Fao, la ritenzione globale di carbonio che si ottiene riducendo la deforestazione e incrementando la ricrescita, l’agrosilvicoltura e gli insediamenti forestali, potrebbe compensare nei prossimi 50 anni circa il 15 per cento delle emissioni di CO2 prodotte dai combustibili fossili.
G2. Cina e Stati Uniti non avevano aderito al protocollo di Kyoto.
Stavolta arrivano con proposte concrete (nel caso della Cina, quella di ridurre la propria intensità carbonica, e cioè l’ammontare di emissioni a effetto serra per unità di prodotto interno lordo del 40-45 per cento entro il 2020, rispetto ai livelli del 2005) ma per l’Europa non è abbastanza. Vero. Peccato che senza Washington e Pechino, responsabili per il 40 per cento delle emissioni globali, ogni accordo avrà poco senso.
H2O persa a tonnellate. L’aumento della temperatura media dell’aria ha causato non solo la carenza di acqua, ma anche la distruzione di colture e terreni e l’incremento di eventi meteorologici estremi (in Groenlandia se ne perdono 286 miliardi di tonnellate l’anno). La disponibilità d’acqua dolce che continua a diminuire ha spinto molti movimenti a mobilitarsi per mettere anche l’acqua nell’agenda del vertice e per sottoscrivere un protocollo internazionale che stabilisca regole che la salvaguardino come “bene comune”.
Italia. Qui l’incremento delle temperature porterebbe all’aumento del livello del Mar Mediterraneo e a una riduzione delle piogge e delle nevi. Scomparirebbero inoltre i ghiacciai e i fenomeni estremi aumenterebbero di frequenza. Anche per questo il 63 per cento degli italiani pensa che la questione dei cambiamenti climatici sia un problema grave anche perché rispetto a Kyoto, con cui l’Italia si era impegnata a ridurre le emissioni del 6,5 per cento entro il 2012, ora siamo al tredicesimo posto nella classifica mondiale degli inquinatori. A Copenhagen, ha detto ieri il ministro Frattini, la spinta per un accordo ambizioso e non solo «politico», vincolante per tutti, viene anche dall’Italia.
Lobby. «La differenza è che chi non crede allo sbarco sulla Luna non ha dietro i soldi degli inquinatori». Parola del premio Nobel Al Gore, a proposito di quanti hanno negato per anni e continuano a negare le responsabilità umane nel riscaldamento globale. E infatti le lobby del petrolio stanno facendo di tutto per condizionare il dibattito americano.
Un recentissimo rapporto del Crew (Citizens for responsibility and ethics in Washington) racconta che «almeno 22 ex funzionari climatici dell’era Bush sono oggi nel mondo delle lobby». La loro guerra non è finita con la caduta di George W.Bush.
Merkel. In Germania ha strappato ai verdi la bandiera dell’ecologia ed è riuscita a far accettare alle grandi case automobilistiche la direttiva che impone vincoli ecologici ai costruttori. Un modo per spingere l’industria tedesca a fare i conti con la realtà della green economy. Essere all’avanguardia tecnologicamente rappresenterà un vantaggio quando domani, come ha sottolineato anche qualche giorno fa al termine di un incontro col presidente Lula, bisognerà aiutare il mondo a passare all’era industriale eco-friendly.
Nucleare. Per El Baradei la capacità di produrre energia nucleare a livello globale potrebbe raddoppiare.
Ma secondo associazioni ambientaliste come Greenpeace questa non può essere la risposta al problema del cambiamento climatico. Il nucleare è troppo lento, costoso e pericoloso, denuncia, e non ha del tutto risolto i suoi vecchi problemi in questioni di sicurezza, non presenta benefici economici e, visti gli elevati costi, non risulta essere un’energia competitiva.
Onu. Ma a cosa servono le Nazioni Unite? L’organismo con sede a New York ha l’occasione di smentire i suoi critici, quelli che ogni tanto si domandano che senso abbia il Palazzo di vetro. Un successo del vertice sarebbe un successo anche dell’Onu, che ha organizzato l’evento, anche se in caso di esito positivo saranno molti, tra i grandi leader, a dipingersi come gli artefici dell’accordo. È il destino delle Nazioni Unite, basta non prendersela.
Protocollo di Kyoto. In principio era Rio (1992), poi fu Kyoto (1997) e lì fu adottato il Protocollo, l’unico accordo internazionale che attualmente stabilisce degli obiettivi per il taglio delle emissioni di gas serra per gran parte dei paesi industrializzati, impegnatisi a ridurre mediamente di almeno il 5 per cento le loro emissioni di gas, dal biossido di carbonio, al metano, al protossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoro di zolfo.
uando, quanto. Posto che a Copenhagen ci si accontenterà di un accordo, se il vertice terminerà senza un mandato chiaro per arrivare a un’intesa anche legalmente vincolante entro dicembre 2010, saranno in molti a parlare di fallimento. Nell’attesa di un trattato sostitutivo di Kyoto, sarà anche importante capire quali azioni i paesi partecipanti avvieranno con effetto immediato per combattere l’inquinamento in termini di riduzione di emissioni e quanto saranno disposti a investire in produzione di tecnologia verde.
innovabili. Sono le forme di energia generate da fonti che per loro caratteristica intrinseca si rigenerano o non sono esauribili nella scala dei tempi umani (Sole, vento, mare, calore della Terra). Il loro uso attuale non ne pregiudica la disponibilità per le generazioni future, per questo motivo sono ritenute il pilastro della terza rivoluzione industriale. Per evidenziare l’importante ruolo che l’energia rinnovabile può svolgere pe rmitigare il cambiamento climatico, l’Agenzia internazionale dell’energia porta al summit i principali risultati della sua analisi di scenario e tabelle di marcia delle tecnologie energetiche.
Sarkozy è uno dei leader mondiali che dice di battersi di più per l’ambiente.
«A Copenhagen bisogna che si preveda lo stanziamento di fondi per aiutare i paesi in via di sviluppo », ha detto, ed è solo una delle posizioni assunte dal presidente francese. È stato anche il primo a criticare Obama perché, fino a venerdì scorso, non aveva ancora deciso che sarebbe stato presente alla chiusura del vertice.
Terzo mondo, il più esposto ai danni di un climate change per il quale non ha responsabilità. A Copenhagen i paesi in via di sviluppo cercheranno di parlare con una voce sola, per chiedere che venga varato, grazie al trasferimento tecnologico, un modello di sviluppo diverso e non fondato sullo sfruttamento dei combustibili fossili. L’emergenza è tale che lo stesso segretario generale della Conferenza Yvo de Boer ha già chiesto che venga creata una «corsia preferenziale » per lo stanziamento di 30 miliardi di dollari nei prossimi tre anni, con cui aiutare i più poveri.
Usa. Stretto tra Afghanistan e riforma sanitaria, Obama ha dovuto abbandonare l’idea di arrivare al summit con una legge sul taglio delle emissioni già approvata dal Congresso. E il suo target per la riduzione dei gas serra (del 17 per cento sotto i livelli del 2005 entro il 2020), non è proprio quello che si aspettava la comunità internazionale. Ma sulla lotta al climate change l’America, finalmente, c’è.
Ieri sera l’Epa (Environmental protection agency) ha riconosciuto pubblicamente che i gas serra sono un pericolo per gli esseri umani, cosa che consentirà all’agenzia di regolare le emissioni anche in assenza dell’ok del Congresso. Un bel biglietto da visita per Obama, che ha deciso di spostare la sua partecipazione al vertice, prevista solo per il 9, all’ultimo, decisivo giorno, il 18.
Vegetariani. L’allevamento degli animali danneggia il clima. Secondo una stima del World Watch Institute, produce la metà di tutti i gas serra che l’umanità immette ogni anno nell’atmosfera e la grande quantità di carne che mangiamo contribuisce al surriscaldamento della Terra. Se ne riducessimo il consumo, privilegiando frutta e verdura, si diminuirebbero le emissioni di CO2.
Zero emission è l’espressione cult di chi ambisce a trovare soluzioni energetiche innovative (sia da produzione che da trasformazione).
Dal settore idraulico a quello automobilistico, nel nome delle “emissioni zero” si mobilitano think tank, come la fondazione Zero Emissions Research and Initiatives (Zeri), nascono media dedicati (vedi zeroemissiontv), si producono eventi. Ma la stessa Conferenza non riuscirà ad essere a emissioni zero, e a sua volta dovrà «compensare».

Chiavi di questa notizia: Copenaghen vertice