Rassegna Stampa
Testata: L'Unione Sarda

E il fiume si portò via quattro vite

22/10/2009

autore: Andrea Piras

Capoterra, inchiesta della Procura per fare luce su quelle morti

Si chiamava Licia Zucca e aveva 77 anni. Si chiamava Antonello Porcu, suo genero, e di anni ne aveva 54. Il fiume li travolse quella mattina del 22 ottobre, dopo aver spazzato via, con la violenza di uno tsunami, il ponte di Pauli Ara, a Poggio dei Pini, che stavano attraversando in auto. Aveva 85 anni, Speranza Sollai, uccisa dall'onda di piena infilatasi dentro la sua casa di Rio San Girolamo. Anna Rita Lepori era di Iglesias, faceva l'insegnante a Pula e quel giorno, come faceva ogni mattina, si ritrovò a percorrere la statale 195, attraversandola quando un fiume d'acqua, di fango e massi si scaricava a valle, sulla costa. Sulla strada. È lei, professoressa cinquantunenne e madre di due ragazzi, la quarta vittima dell'alluvione che un anno fa esatto sconvolse il sud Sardegna e più di tutto, più di ogni altra zona, come mai era accaduto per intensità e potenza, Capoterra e il suo territorio.
I DATI La cella temporalesca - così la chiamano i meteorologi - si formò, la notte tra il 21 e 22 ottobre, sui monti di Capoterra, verso le tre e mezzo del mattino. Alle 3,50 venne segnalata per la prima volta dal radar. Pioveva, su Is Pauceris e su Santa Barbara, sulle vette sopra il centro residenziale di Poggio. Ma non pioveva a valle, sulla costa, dove soffiava un vento di scirocco con intensità tra i venti e i trenta chilometri orari. Ventuno i gradi di temperatura e ottanta per cento di umidità. Un congegno ad orologeria destinato a esplodere poco più tardi. Verso le cinque i fulmini si fanno frequenti e alle sei una pioggia intensa comincia a cadere su Poggio, su Capoterra, sulla fascia pedemontana che porta verso Santa Lucia. Ma è tra le sette e le otto che le precipitazioni assumono un carattere di estrema violenza. Alla fine le stazioni di rilevamento elaboreranno dati allarmanti, eccezionali: solo su Poggio dei Pini caddero 4,4 milioni di metri cubi d'acqua, oltre quattrocento millimetri di pioggia su un territorio limitato e su un arco di tempo circoscritto.
IL RECORD In assoluto, il nubifragio più violento avvenuto in Sardegna. Paragonabile ad altri eventi eccezionali registrati sulla terra. Duecentocinquanta millimetri caddero nel Mississipi nel 2005, con un picco massimo - quasi 380 millimetri di pioggia - sulla città di Slidell, sommersa da cinque metri d'acqua. Il mondo intero, allora, mandò in onda le immagini drammatiche dell'uragano Katrina, classificato come uno dei cinque più gravi della storia degli Stati Uniti. Dodici mesi dopo la tragedia, Capoterra si interroga. Ricorda i suoi morti, chiede certezze e sicurezza. E forse non ha neppure più voglia di tornare indietro per riscrivere la piccola ma importante storia urbanistica (e sulle scelte edilizie di questo territorio) che qualche responsabilità deve pur avere per quanto accaduto. Pioggia killer, fiume killer. Certo e può darsi, visto che quell'acqua caduta dal cielo e diventata furia scivolando in un letto di fiume circondato da case e residenze, ha ucciso senza perdonare quanto fatto dall'uomo sulla sua strada. Sarebbero diversi i cosiddetti punti critici indicati nel rapporto stilato dagli investigatori del Corpo forestale nell'ambito dell'inchiesta sull'alluvione del 22 ottobre coordinata dai pubblici ministeri Daniele Caria e Guido Pani. Dighe, ponti, strutture autorizzate ma che evidentemente lì non dovevano esserci. Sarebbe stato meglio che non ci fossero. Almeno con quelle caratteristiche.
GLI EVENTI C'è una verità che si sta facendo strada con sempre maggiore insistenza. Ed è emersa chiaramente nei faldoni su cui è stata ricostruita, nero su bianco, l'alluvione d'ottobre. Nessuna fatalità, nonostante l'eccezionalità di quel nubifragio. Ma una certezza: le morti potevano essere evitate. Così come ridotti potevano essere i danni se la crescita e lo sviluppo urbanistico, a Capoterra in quarant'anni, non avessero seguito il desiderio di cementificazione selvaggia. Fu l'allora consiglio comunale - era il 1969 - a consegnare le zone agricole a potentati cagliaritani per realizzare case, ville, lottizzazioni. Sulla costa, lungo il litorale. Vicino ai fiumi, quasi dentro i letti dei vecchi corsi d'acqua dormienti ma capaci di risvegli improvvisi e micidiali. Accadde anche dopo, molti anni dopo. E sarebbe stato un disastro immane se diciannove nuove lottizzazioni, bocciate dalla giunta comunale di Capoterra (nonostante le bombe, nonostante gli avvertimenti a suon di tritolo e teste mozzate di agnelli a sindaco e amministratori), fossero sorte tra Poggio dei Pini, San Girolamo e i centri residenziali costieri. Proprio dove un anno fa si scatenò l'inferno.

Chiavi di questa notizia: Dissesto idrogeologico