Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna
Eurallumina, vent’anni fa il primo sequestro
25/09/2009
autore: Erminio Ariu
Un destino prigioniero dei fanghi rossi sigillati dal giudice
PORTOVESME. Il provvedimento adottato dalla Procura di Cagliari, con il sequestro dei due bacini dei fanghi rossi, dello stagno di Boe Cerbus e dell’area interna alla centrale Enel di Portovesme, dove insiste la sala pompe dell’Eurallumina e di Alcoa, è un pesante colpo alla possibile ripresa produttiva della fabbrica di ossido di alluminio. L’intervento dei carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Cagliari, di Iglesias e di Portoscuso è l’ultimo tassello di una lunga storia di distrazioni da parte delle autorità politiche e sanitarie che avrebbero dovuto avvisare i manager delle industrie molto tempo prima perché, per quasi 30 anni, hanno gestito senza scrupoli il bene ambiente, commesse strane e salute.
Che lo scantinato della centrale Monteponi fosse allagato dalle acque rosse era notizia datata anni ’90 quando la zona venne messa sotto sequestro una prima volta dalla stessa Procura di Cagliari, poi gli eventi atmosferici hanno abbattuto i cartelli e il caso è stato soffocato. Allora, in un pomeriggio di maggio a Portovesme si presentò persino il sostituto procuratore Enrico Altieri ma quel sequestro finì nel dimenticatoio. Anzi tutta quell’area, con il passare degli anni come il formaggio con i vermi, è diventata appetibile per gli amministratori comunali di Portoscuso che si sono fatti artefici di un affare difficile da comprendere e da spiegare ai contribuenti. Con rogito notarile recente il Comune ha acquistato sei ettari di terreno con sottosuolo inquinato per la misera somma di un euro. Tra le finalità c’è l’ambizione di utilizzare quei terreni e quell’edificio fatiscente e inquinato per realizzare una zona franca. Prima però occorrerà bonificare le falde acquifere e l’amministrazione comunale si è impegnata a cercare ed eventualmente ottenere risorse finanziarie pubbliche con progetti che verosimilmente dovrebbero essere finanziati dall’Ue con il ministero dell’Ambiente.
Eurallumina, insomma, si è scrollata di dosso un pesante fardello, un onere decisamente gravoso dal punto di vista economico riversando le spese di disinquinamento sulle spalle dei contribuenti.
Quella zona, secondo indiscrezioni, sarà oggetto di un capitolo d’indagine di questo primo scorcio d’inchiesta che sarebbe dovuta maturare alcuni lustri fa e che solo la sagacia dei carabinieri del Noe ha fatto esplodere.
Il 29 marzo scorso la rottura della frangia, che navigava da tempo nelle falde acquifere sotterranee della zona.
Intanto Eurallumina non ha perso tempo ed ha incaricato l’ufficio legale e un pool di avvocati a tutela dei propri interessi e tentare tutte le carte per ottenere il dissequestro dell’impianto.
Sul fronte sindacale c’è preoccupazione. «Eurallumina - spiega Fabio Enne della Cisl - in un recente convegno ha prospettato la possibilità di riavviare gli impianti. E chiaro che fatti di questa portata pongono perplessità tra gli amministratori del territorio che valutano anche gli aspetti negativi della presenza di un bacino di rifiuti industriali. E’ bene anche ricordare che i manager delle industrie avrebbero dovuto tener presente il rispetto per l’ambiente, per la salute della gente. Chiediamo anche che l’inchiesta viaggi veloce e che arrivi il provvedimento di dissequestro». Anche per Mario Crò, segretario generale della Uil, gli interessi economici delle multinazionali non dovrebbero avere prevalenza sulla salute della popolazione e sull’ambiente. «Ci sono responsabilità diffuse in questa vicenda - ammette Mario Crò - perché non abbiamo visto all’opera chi doveva controllare, chi doveva evitare danni alle falde acquifere, chi doveva denunciare eventuali irregolarità e chi doveva disinquinare. Ora rischiano il posto 700 lavoratori, senza bacino dei fanghi rossi non si può produrre ossido di alluminio».
Chiavi di questa notizia: Inquinamento