Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

Inquinamento a Portovesme, Procura in campo

31/03/2009

autore: ERMINIO ARIU



Il liquido rosso ha allagato anche gli scantinati della vecchia centrale Enel

PORTOVESME. E’ ancora il sarcofago dei veleni il vecchio edificio della centrale Monteponi completamente allagata dal liquido rosso che domenica ha zampillato creando allarme in tutta l’area industriale. Un’altra postazione pericolosa, a 500 metri dalla “sorgente” dell’altro ieri. Sarà la magistratura a fare luce dopo le segnalazioni arrivate dai carabinieri e dall’Arpas. Migliaia di metri cubi di liquido hanno occupato domenica lo scantinato della centrale elettrica, ancora in mano a Rusal, ma che potrebbe finire in mano al Comune per essere utilizzata a scopi diversi. La verità è un’altra: quel locale è un’autentica minaccia per l’ambiente e per l’incolumità dei ragazzini che, come confermano le scritte all’interno dello stabile, lo frequentano con assiduità. L’accesso è libero: una breccia sulla rete metallica che recinge l’area pericolosa dal permesso per visitare un luogo simbolo dei danni ambientali che le industrie di Portovesme, sotto tutela delle partecipazioni statali, hanno combinato in oltre 20 anni di impunità. Ora dentro quello stabile fatiscente dalle passerelle traballanti e dal pavimento spaccato in più punti si può ammirare un ramo della falda acquifera, di liquido rosso, che nessuno vuole bonificare. «E’ ancora tutto come una volta - denuncia il consigliere dell’opposizione al Comune di Portoscuso, Angelo Cremone -. I pericoli qui dentro sono molteplici: ci sono migliaia di metri cubi di acqua colorata piena di veleni; pannelli isolanti con sospetta presenza di amianto, voragini che sono un’insidia per chi entra in questi locali. Ebbene, ancora oggi, a distanza di due anni, l’amministrazione comunale non ha provveduto a costituire la commissione ambiente e mi chiedo dov’è l’assessore comunale all’Ambiente. Se mancano gli interventi significa che tutto va bene». L’accesso all’interno dello stabile non viene neppure impedito da un cartello, da una scritta che evidenzi la pericolosità dell’edificio e delle sostanze in esso contenute. L’acqua di falda è inquinata dal liquido di colore rosso mentre dal soffitto fatiscente stanno crollando i pannelli di coibentazioni che negli anni’50 venivano realizzato con fogli di amianto. I pannelli cadendo da un’altezza di circa 15 metri si spappolano, liberando le fibre di amianto che si spargono sul pavimento dove i ragazzini transitano normalmente. Una minaccia alla salute di quanti incautamente entrano nello stabile e anche per chi transita nella trafficata strada provinciale. «Questo è lo stato dei luoghi - insiste Cremone - e nessuno interviene. Possibile che le istituzioni non vedano quanto accade e che siano i cittadini a doversi esporre per richiamare l’attenzione di chi è preposto al controllo del territorio? Quegli scantinati vanno prosciugati, tutta la struttura deve essere messa in sicurezza prima che accadano fatti che alla fine vengono chiamati tragedie. In questi anni in Regione si è litigato sul fatto se si dovesse fare la barriera fisica o quella idraulica, aggravando così la situazione ambientale della zona».


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