Rassegna Stampa
Testata: La Nuova Sardegna

Perché dopo Capoterra non possiamo fare a meno della legge urbanistica

15/11/2008

autore: Vincenzo Tiana*

Quanto accaduto nelle lottizzazioni del litorale di Capoterra riassume in maniera tragica, anche in termini di vite umane, 40 anni di politica di intervento nell’ambito costiero della Sardegna. Pertanto si può parlare di caso Capoterra, utile per una riflessione più generale sulla tutela del nostro territorio. Quanto è successo in Sardegna si inserisce nel grande processo di trasformazione del paesaggio italiano che esce stravolto dall’evoluzione degli ultimi cinquant’anni, diventa l’immagine della frammentazione della società e di un’idea del mattone come motore di una ricchezza individuale fatta di migliaia di microtrasformazioni e appropriazioni, che crea degrado collettivo. Basta guardare una foto aerea per renderci conto di quanto sia oggi grande la distanza tra l’immagine che siamo abituati ad associare al paesaggio italiano e una realtà mobile e profondamente trasformata. In un tempo relativamente breve sono mutati paesaggi che oggi non sappiamo neanche più come chiamare. Le conseguenze si leggono nella congestione delle infrastrutture stradali, nella distruzione dell’autonomia degli ecosistemi, nella cementificazione delle coste, nei bacini fluviali imbrigliati. Questa idea di territorio come palcoscenico plasmabile e indifferente al contesto ambientale, non solo sta producendo crescenti costi ambientali, ma rappresenta una risposta sbagliata e controproducente. Occorre ribadire la priorità del controllo pubblico dell’uso del suolo, dell’abitabilità delle città; è una priorità che deve tradursi in politiche, investimenti, incentivi. Questo dovrebbe essere l’obiettivo principale della nuova legge urbanistica in discussione nel consiglio regionale a venti anni dalla legge 45/89, che è stata la base per creare una forte consapevolezza dei sardi sul valore della propria terra e bloccare una cementificazione selvaggia incombente. Nel 1993 i sardi hanno dato prova di lungimiranza approvando per legge il divieto di edificazione nella fascia dei 300 metri e varando i primi piani paesaggistici che, seppure successivamente annullati, hanno sorretto una diffusa presa di coscienza del valore del territorio (sono degli sbiaditi ricordi i progetti di Master Plan, Costa Turchese, Monti Russu,etc.). Questa consapevolezza ha portato un punto di vista nuovo e l’adozione della legge salvacoste nel 2004. Il successivo piano paesaggistico regionale ha costituito una svolta per la Sardegna. Le decisioni dell’isola costituiscono un esempio per il contesto nazionale dal momento che siamo stati la prima (e unica) Regione ad approvare un piano paesaggistico in linea con il Codice nazionale e la convenzione europea del paesaggio. La nuova legge urbanistica ha inevitabilmente il compito di definire con maggior precisione procedure e metodi per disciplinare la prospettiva della co-pianificazione che conferisce al PPR un carattere inevitabilmente processuale e interattivo: soggetti e centri di decisione diversi sono coinvolti in un processo che non è in alcun modo riducibile ad un singolo atto amministrativo, essendo costituito da un insieme aperto e complesso di atti che si condizionano a vicenda. La stessa legge deve proporsi di rafforzare il merito del piano paesaggistico in vigore: il paesaggio è un valore non negoziabile da tutelare con il massimo rigore, per evitare il ripetersi di disastri come a Capoterra. È stato sancito in maniera netta che la fascia costiera costituisce un valore strategico per le politiche di sviluppo della Sardegna, ipotizzando la vera e propria creazione di posti di lavoro incentrata sul restauro e manutenzione del territorio costiero. Insistiamo sulla tutela del paesaggio convinti che non si tratti di invocare una protezione fine a se stessa, ma per la Sardegna di creare i presupposti di un nuovo e moderno sviluppo.
 
*Presidente Legambiente Sardegna

Chiavi di questa notizia: Ambiente