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Lettera di Legambiente al Direttore dell'Unione Sarda
03/03/2010
autore: Legambiente Sardegna

Egregio Direttore,
riteniamo di poter offrire il nostro contributo di conoscenza, in favore della giusta informazione dovuta ai cittadini e ai suoi lettori, che ci proviene dall’impegno profuso da oltre 20 anni, sulla vicenda trattata nel suo editoriale di domenica 28 febbraio dal titolo ”Le responsabilità del caso Tuvixeddu“.
L’argomento dei “diritti acquisiti” da parte dei privati ricorso ripetutamente in questi anni merita un chiarimento, visto che la vicenda Tuvixeddu è stata presentata come si trattasse di un semplice contratto fra privati, in cui non è prevista nessuna variazione, tralasciando che due degli attori dell’accordo sono Istituzioni pubbliche, e come tali devono rispettare sì i diritti dei privati, ma prima di tutto hanno l’obbligo di tutelare l’interesse della collettività. Ed è innanzitutto qui che deve valere “la certezza del diritto” richiamata nel suo editoriale.
Su una cosa siamo d’accordo con Lei. Quando descrive Tuvixeddu come un “caso in cui ci sembra che in molti abbiano sbagliato”. E’ vero. E fra i tanti, c’è un errore primario. Quello di non aver tutelato il colle con i vincoli necessari e sufficienti alla sua reale estensione, e di non aver fatto valere quelli già apposti. Se così si fosse fatto applicando le leggi vigenti il noto Accordo di Programma del 2000 non sarebbe stato possibile.
Ripercorriamo i fatti:
- nel 1996 l’area è stata tutelata con vincolo archeologico, disposto sulla base degli accertamenti conosciuti fino al 1994-1995;
- nel 1997 è stato apposto il vincolo paesaggistico ai sensi della L.1497/39;
- nel 1999 nonostante il doppio vincolo è stato autorizzato il progetto edificatorio di alcune centinaia di migliaia di metri cubi successivamente inserito nell’Accordo di Programma del 2000 tra Regione, Comune di Cagliari e imprese private;
- Nel 2004 è stata introdotta dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D. Lgs. 42/2004 e successive modifiche) la revisione dell’impostazione della tutela che introduce il concetto del bene culturale come unità di insieme. Si badi bene il codice incorpora e supera le due leggi distinte 1089 e 1497 del 1939 proponendo una visione unitaria. Per cui un territorio può avere diversi motivi di interesse culturale, che invece di essere considerati a compartimenti stagni e quasi in contrapposizione l’uno dell’altro, si sovrappongono e si rafforzano;
- nel 2006 l’inserimento nel PPR di Tuvixeddu si pone in linea con l’impostazione legislativa.
Poiché dalla pubblicazione della legge
esiste l’obbligo della sua applicazione in primis per gli enti pubblici, e quindi anche per l’area in questione, ai ritrovamenti archeologici successivi al 1996 (centinaia di tombe, alcune intatte dopo 2500 anni) avrebbe dunque dovuto seguire l’estensione del vincolo archeologico, soprattutto delle zone di vincolo indiretto. Se i fatti dicono che esiste un continuum di notevole estensione della necropoli tra Via Falzarego e Via Montello, sarebbe stata necessaria una adeguata fascia di salvaguardia (vincolo indiretto) di notevole profondità. Nonché tener conto anche degli altri ritrovamenti archeologici sul versante delle vie Is Maglias, Rovereto,Vittorio Veneto e S.Avendrace.
Ne consegue che dopo il 2004 per mantenere “la certezza del diritto”, la legge Urbani dovesse essere immediatamente applicata all’area di Tuvixeddu dalle istituzioni pubbliche. Le quali come già è accaduto e accade usualmente, di fronte all’esistenza di leggi sovraordinate, devono applicarle anche modificando accordi o contratti che se portati avanti le violerebbero.
Oggi un accordo con privati non può, a nostro parere, sopravanzare l’applicazione di vincoli archeologici e paesaggistici che l’attestazione dei fatti e le leggi in vigore consentono, per rinunciare a modificare - lo ripetiamo, nella legalità – il contenuto dell’Accordo di Programma. Tutto ciò nel preminente interesse pubblico di arrivare finalmente a tutelare adeguatamente la più grande necropoli fenicio-punica del Mediterraneo e il suo paesaggio suggestivo, tra vestigia romane e tracce più recenti, in un percorso identitario che va dalla fondazione della nostra città sino al dopoguerra.
E se in conclusione al suo editoriale c’è un giusto richiamo per tutti ad un “maggior senso di responsabilità”, siamo d’accordo. Per quello che ci riguarda continueremo ad impegnarci nella tutela di un bene archeologico e paesaggistico che deve diventare il fiore all’occhiello della città e una occasione straordinaria dal punto di vista identitario, culturale e turistico – quindi anche economico - per l’intera regione.
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