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Operazione Fiumi presenta i risultati inediti di Ecosistema Rischio 2009

11/11/2009

autore: Ufficio Stampa Operazione Fiumi

Abitazioni in aree a rischio idrogeologico nell’82% dei comuni sardi, nel 47% fabbricati industriali

Da potenziare il sistema locale di protezione civile
Nel 59% dei comuni attiva h24 una struttura di protezione civile


L’11% dei comuni sardi sono classificati ad alto rischio idrogeologico dal ministero dell’Ambiente e dall’Unione delle Province Italiane e le provincie maggiormente esposte al pericolo di frane e alluvioni sono quelle di Carbonia-Iglesias (26% dei comuni a rischio), Cagliari (15% dei comuni a  rischio) e Olbia-Tempio (15% dei comuni a rischio). L’82% delle amministrazioni che hanno risposto alle interviste ha abitazioni nelle aree golenali, negli alvei dei fiumi e nelle aree a rischio frana, il 59% delle municipalità monitorate presenta addirittura interi quartieri in zone a rischio, mentre il 47% ha edificato in tali aree strutture e fabbricati industriali, con grave rischio non solo per l'incolumità dei lavoratori ma anche per eventuali sversamenti di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni in caso di alluvione. Ancora, nel 18% dei casi presi in esame sono presenti in zone esposte a pericolo strutture sensibili, come scuole e ospedali e strutture ricettive turistiche, ad esempio alberghi o campeggi.
Sono alcuni dei dati emersi dal check-up sottoposto ai comuni sardi da Ecosistema Rischio 2009, l’indagine curata da Operazione Fiumi - la campagna di sensibilizzazione e prevenzione organizzata da Legambiente e Dipartimento della Protezione Civile dedicata al rischio idrogeologico -  presentata questa mattina in conferenza stampa, a Cagliari, da Paola Tartabini, portavoce Operazione Fiumi, Vincenzo Tiana, presidente Legambiente Sardegna, e Franco Saba, segreteria Legambiente Sardegna.

I numeri del dossier Ecosistema Rischio 2009 delineano il quadro di un territorio vulnerabile, in cui la fragilità non è diffusa indifferentemente in tutta la Regione, ma è concentrata in zone specifiche, soggette storicamente a fenomeni alluvionali o franosi. Citiamo ad esempio il Campidano di Cagliari, con l’area compresa nel bacino imbrifero del Flumini Mannu-Cixerri, e i comuni di Elmas, Assemini, Sestu, Monastir e Capoterra, l’Ogliastra con Gairo, Osini e Villagrande e ancora Bosa e la valle del fiumi Cedrino e Posada.
La vulnerabilità del territorio sardo, inoltre, è amplificata da uno sviluppo urbanistico e un uso del territorio e delle acque poco rispettosi delle limitazioni imposte dal delicato assetto idrogeologico e aggravati dal diffuso abusivismo edilizio. Così, nonostante il 76% delle amministrazioni monitorate preveda nei propri piani urbanistici vincoli di edificabilità per le zone a rischio, un consistente 82% dei comuni presenta abitazioni in tali aree. E le azioni di delocalizzazione sono ancora troppo marginali: solo nel 18% dei casi, infatti, sono state avviate iniziative di delocalizzazione di abitazioni dalle aree più a rischio, mentre per quanto riguarda le delocalizzazioni di strutture industriali il dato scende al 6%. È evidente, quindi, che questi vincoli devono essere ulteriormente rafforzati.

Qualche timido segnale positivo arriva dalla pianificazione dell’emergenza e dall’organizzazione della protezione civile locale. Un abbondante 53% dei comuni, infatti, ha predisposto un piano d’emergenza con il quale fronteggiare situazioni di crisi idraulica, peccato che solo il 6% delle municipalità abbia aggiornato tale piano negli ultimi due anni. Buono, ma ancora da perfezionare, il livello di organizzazione e diffusione del sistema locale di protezione civile, con il 59% delle amministrazioni che hanno attivato una struttura di protezione civile attiva 24 ore su 24.

Pesa sull’esposizione della Sardegna al rischio idrogeologico, inoltre, una politica di informazione alla cittadinanza frammentaria e poco consistente. Sebbene l’informazione alla popolazione su quali siano i rischi, sui comportamenti individuali e collettivi da adottare in caso di calamità e sul piano d’emergenza predisposto dal proprio comune, rappresenti una delle principali attività di prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico, soltanto il 12% delle municipalità intervistate è attiva su questo fronte. Ancor peggiore la situazione per quel che riguarda la realizzazione di esercitazioni: solamente un esiguo 6% delle amministrazioni ne ha organizzata almeno una nel proprio territorio durante l’ultimo anno.

“Analizzando i dati emersi da Ecosistema Rischio Sardegna 2009 siamo costretti a constatare come i comuni della Sardegna non abbiano complessivamente messo le tematiche di prevenzione di alluvioni e frane tra le priorità del loro lavoro – commenta Paola Tartabini, portavoce Operazione Fiumi -. L’urbanizzazione delle aree a rischio, delle sponde dei fiumi e dei versanti franosi non è solo un’eredità degli anni passati, ma anche dell’attuale politica di gestione del territorio che pone a rischio la sicurezza dei cittadini. Come evidenzia il nostro dossier, infatti, solo il 6% delle amministrazioni sarde svolge una sufficiente politica di prevenzione, informazione e pianificazione d’emergenza”.

Allarga ancor di più la visione del  problema Franco Saba, segreteria Legambiente Sardegna: “Il rischio idrogeologico non è solo quello preso considerazione dal PAI, ma comprende anche il diffuso dissesto montano e collinare dovuto agli incendi e alle discutibili tecniche agronomiche volte al miglioramento fondiario. Fenomeni, questi ultimi, che hanno accelerato la desertificazione del territorio e accentuato l’erosione del suolo. Ad oggi il vincolo per scopi idrogeologici in Sardegna risulta parzialmente attuato e anche dove esistente è stato in parte disatteso”.

Ancor più esplicito Vincenzo Tiana, presidente Legambiente Sardegna: “La maggiore vulnerabilità del nostro territorio è attribuibile ad un uso del suolo e delle acque che troppo spesso continua a non considerare le limitazioni imposte da un rigoroso assetto idrogeologico. Da troppo tempo, infatti, gli amministratori sottovalutano il rischio idrogeologico e investono pochissimo sulla manutenzione dei corsi d’acqua e la situazione è aggravata dall’abusivismo, dall’urbanizzazione irrazionale, dal disboscamento dei versanti oltre che dall’ormai evidente mutamento climatico. Mitigare il  dissesto idrogeologico – conclude Tiana - significa innescare un percorso virtuoso anche per l’economia perché considerando i danni, costa meno prevenire che curare. I comuni, quindi, nella fase di adeguamento dei piani urbanistici comunali al Piano Paesaggistico Regionale, diano priorità al rispetto dell’assetto idrogeologico. Obiettivo che può comprendere la delocalizzazione delle abitazioni,  degli insediamenti industriali, delle attività agricole e zootecniche nelle aree a rischio. La Regione dovrebbe invece realizzare un piano straordinario di manutenzione di fossi e fiumi e di adeguamento delle reti fognarie; non ultimo, dovrebbe investire risorse adeguate anche per sviluppare una diffusa ed efficace rete locale di Protezione Civile”.

Con Operazione Fiumi, Legambiente rilancia il suo impegno per la realizzazione di una seria politica di risanamento di un territorio che risulta ancora troppo fragile, per non dover mai più assistere a inondazioni o frane annunciate. Oggi, con la conclusione della tappa sarda, si chiude l’edizione 2009 di Operazione Fiumi.


Ufficio Stampa Operazione Fiumi
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